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Goethe
non credeva nell'armonia della natura; e si prendeva gioco,
con un lieve persiflage,
di tutti coloro che immaginano di vivere nel «migliore
dei mondi possibili». La natura è simile all'uomo. L'uomo è
dominato dai traumi, dagli incubi notturni, dalle nevrosi,
dalle psicosi, dalla violenza, dalla follia, e dalla ferocia
della storia. Anche la natura ha i suoi traumi: il fuoco, i
vulcani, i terremoti, le tempeste, la furia dei venti, il
gelo, le fiamme divoranti del sole, gli insidiosi pericoli
della metamorfosi. Come l'uomo è stato salvato, anche la
natura deve essere salvata; e può farlo soltanto il gesto
dell'uomo, soprattutto nella sfera del mito.
Questo dramma grandioso venne messo in scena nella Notte
classica di Walpurga (una parte del Faust
II), che Goethe scrisse, tra il sonno e la veglia, nei
primi sei mesi del 1830, a più di ottant'anni. Non molti
sanno che quei 1483 versi sono il capolavoro della poesia del
diciannovesimo secolo: più belli di Hoelderlin, di Keats, di
Emily Dickinson, di Hopkins, di Baudelaire, di Puskin, di
Leopardi. In una fiala di vetro nasce Homunculus: il nostro nous,
il nostro divino intelletto, che indossa una pura tunica
di fuoco; e non possiede corpo. E' la notte del 6 giugno, o
dell'8 agosto. Sulle rive del fiume Peneio e lungo le baie
rocciose del Mar Egeo, si raccolgono gli spettri delle divinità
greche. Nel cielo splende la luna, arrestandosi per un attimo
fuori dal tempo, e contemplando nelle acque «la dolce umidità
di vita». Lì, dove germoglia la vita, Homunculus desidera
prendere un corpo. Quando arriva Galatea, seduta su un carro
di conchiglie e trascinata da delfini, Homunculus si libra
nell'aria, fiammeggia attorno al carro: poi la fiala di vetro
si spezza e il fuoco lampeggia sopra le acque, mentre un solo
incendio sembra ardere gli dèi e il mare. Homunculus muore e
rinasce. La sua pura fiamma spirituale è perduta: ma egli
diventerà alga, granchio, pesce, delfino, sino a risalire nel
corpo di una creatura umana. Intanto, col suo gesto, egli salva la natura, riconciliando tra loro gli elementi: l'acqua ed il
fuoco, l'aria e la terra.
***
Ho sempre pensato a questi versi quando ho scorto l'accordo
perfetto tra le invenzioni della natura e quelle dell'uomo.
Per esempio, davanti alla collina di San Gimignano. O nel
Pustertal, la valle Pusteria, la più bella tra le valli
montane che io conosca in Europa. Qui la natura ha prodigato i
suoi doni: rosee e puntute cime rocciose, boschi di abeti,
larici e pini silvestri, prati, fiumi. Poi ha insinuato nella
valle principale valli laterali diversissime: l'austero
Gsiesertal (Val di Casies), che pare inventato da un asceta
del terzo secolo, e il Pragsertal (Valle di Braies) e l'Antholzertal
(Valle di Anterselva), così fantastiche e romanzesche, che
sembrano immaginate da Albrecht Altdorfer - un pittore di
foreste e battaglie, nato non lontano da questi luoghi.
Per una decina di secoli, l'uomo ha collaborato con la natura,
costruendo i masi, di cui sia gli italiani sia i sudtirolesi
ignorano (temo) la bellezza. Nel Pustertal sono migliaia,
specialmente sui versanti soleggiati delle valli: quelli più
in alto, fino a 1800 metri, risalgono al Medioevo, quando il
clima era più mite. Non finisco di ammirare la bellezza delle
grandi aperture nelle facciate: ora (di rado) rettangolari,
ora capricciosamente ondulate, secondo l'estro melodico degli
architetti. L'apertura annuncia una cavità interna, chiusa da
un balcone dalle colonne squisitamente lavorate.
Poi ci sono legni disposti a croce greca, o a doppia o a
tripla croce; e decorazioni vegetali, che ricordano un poco
quelle delle chiese norvegesi in legno. Con i costruttori, ha
collaborato un artista grandissimo, il Tempo. Il Tempo non è
sempre favorevole alle costruzioni di pietra, perché sporca i
colori: a Praga, le tinte chiarissime dei palazzi vennero
cancellate all'inizio del secolo scorso, quando viveva Kafka,
da una tetra tinta nebbiosa. Mentre il Tempo ama le
costruzioni di legno: il sole e la pioggia e l'inverno
scuriscono e incupiscono il legno, ma non in modo uniforme,
perché ogni tanto squillano travi inaspettatamente luminose,
che il Tempo ha desiderato dimenticare.
Come scrive Bernhard Loesch in un libro che purtroppo pochi
conoscono, ogni maso è (o era) un cosmo. I sentieri vengono
fiancheggiati da olmi e frassini: accompagnati da canali
irrigui, lunghi a volte chilometri. Ci sono (o c'erano)
abbeveratoi e fontane:
harpfen, cioè alte spalliere e graticci di legno per
essiccare i cereali e le fave: fienili con tetti di paglia;
legnaie, dove i legni tagliati sono disposti con tale
scrupolosa precisione di incastri, che sembrano calcolati
dall'architetto. I Greci pensavano che, quando l'uomo ha
raggiunto una cosa perfetta, deve arrestarsi. La stessa
impressione si prova qui, davanti a questa combinazione di
legni, acque, boschi e prati; e si vorrebbe che le ore si
fermassero sui versanti soleggiati dei monti. Qualche volta
sembra che i trattori si nascondano, o procedano più
lentamente e silenziosamente, così da passare inavvertiti.
***
Non amo i crocefissi sparsi dovunque nel Pustertal. Non perché
siano dolorosi. Il Cristo in croce di Gruenewald a Colmar è
molto più tremendo: sia Gesù sia la natura sono preda di una
orribile putrefazione; e così Cristo
al sepolcro di Holbein il giovane a Basilea, col «viso
atrocemente sfigurato dai colpi, con tremendi lividi
sanguinolenti e gonfi, occhi dilatati, pupille storte, e il
bianco degli occhi vitreo e cadaverico»: questo quadro fece
dubitare a Dostoevskij che la Resurrezione fosse mai avvenuta
e che il mondo venisse dominato da una Bestia mostruosa. I
crocefissi del Pustertal sono mediocri e sinistri. Forse per
contrastare questa immagine religiosa, a Innichen (San
Candido), Toblach (Dobbiaco) e Taisten (Tésido) , vennero
costruite, sotto l'influenza bavarese e austriaca, alcune
incantevoli chiese barocche e barocco-rococò. Qui sembra che
la Crocifissione sia stata dimenticata: i suoi effetti
benefici sono penetrati così profondamente e intimamente
nella creazione, che nessuno pensa più allo scandalo della
Croce. La vera regina è Maria, «vestita di sole, la luna
sotto i piedi e sulla testa una corona di stelle»: la grande
mediatrice, che lascia trapelare sulla terra soltanto i
riflessi delicati e attenuati del divino.
Non c'è nessun rifiuto del mondo terreno: esso viene
accettato, perché tutte le cose passeggere, anche le più
frivole, sono «un esempio», «un simbolo»di qualcosa di
celeste. Le chiese di Innichen e di Toblach sono salotti
elegantissimi dove si può conversare a lungo con i santi, gli
angeli e gli uomini. Dal pulpito dorato, il sacerdote tiene un
i discorso pieno di grazia, raccontando storie minori e
divertenti della Bibbia. Anche gli angeli conversano tra loro
e giocano: tengono in mano pesci: o spade con le quali
trafiggono, certo per scherzo, Satana e i Turchi, che
annunciano già le tourqueries
di Rossini. I confessionali sono intarsiati d'oro e
laccati di legno levigato come l'avorio: così piacevoli, che
qualsiasi fedele desidera aver compiuto moltissimi peccati,
per restare inginocchiato - per ore e ore - in quel luogo
pieno di grazia. E, del resto, ci sono davvero i peccati'? Non
è certo: oppure sono così lievi, così lievi un peccato
di gola, troppa minestra d'orzo, troppi strudel, o un pensiero
amorosamente ardito - che basta un Pater
o un'Ave Maria per cancellarli.
Qualche volta, si ha l'impressione che le chiese di Innichen e
di Toblach siano torte alla crema, preparate in una squisita
pasticceria celeste. Le tinte preferite sono il rosa e il
verdino: i colori più leggeri e tenui, i colori dei petali di
rosa, dei prati e dei cirri illuminati dal sole al tramonto.
Tutto è finto: la pittura imita lo stucco, il legno e la
pietra imitano il marmo: ogni particolare allude a un'altra
cosa; eppure il falso stucco è cremoso e burroso come quello
vero. Siamo nel regno dell'illusione: la vita è un'illusione;
e forse anche la fede è un'illusione, più vera del vero.
***
Il Suedtirol fa parte di quella i immensa area internazionale
della Suppe, che
comincia in Islanda e in Norvegia e di lì scende, attraverso
la Danimarca e i paesi di lingua tedesca, fino nel Pustertal.
Qui raccomando, in special modo, la minestra di cipolla in
crosta di formaggio e la Suppe di porcini e porri, oltre la consueta, infallibile, minestra
d'orzo. Poi quest'area s'interrompe: combattuta, nell'Italia
settentrionale, dal riso e dalla polenta; ma riprende vigore
dopo gli Appennini, trionfando in Toscana. Non ho bisogno di
ricordare la ribollita, la minestra di fagioli, di ceci, di
lenticchie e di cavolo nero, il caciucco, l'acqua cotta,
questo capolavoro della cucina dei poveri e dei poverissimi,
dove si armonizzano pane quasi secco, basilico, sedano,
carota, pomodoro, cipolla, prezzemolo, olio, e se la famiglia
è davvero benestante, persino due uova strapazzate. Malgrado
la mia ammirazione per le minestre del Suedtirol e della
Toscana, devo confessare che la Suppe
assoluta viene creata a Kragero, un paese sulla costa
meridionale della Norvegia. Là viveva, al principio del
secolo scorso, Zio Oscar, un signore che assomigliava per metà
a Ibsen e per metà a Bismarck, con una di quelle foltissime
capigliature e foltissime barbe, che allora denotavano
sapienza e saggezza. Non era un albergatore né un
ristoratore. Sulla riva del mare, possedeva un tempio
dell'alcool, costruito con il legno più odoroso, intarsiato
come lo studio di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale
di Urbino. Nelle scansie, si allineavano i whisky, i cognac,
le grappe, le vodka, i gin, i rum più antichi e costosi:
talora avvolti da una sottilissima crosta, che ne concentrava
l'essenza. C'erano perfino la modesta lappa dei Lapponi e il
brennivì degli Islandesi. Nel tempio dell'alcool, gli
avventori fumavano e fumano il sigaro: l'odore dei tabacchi
esotici intride le pareti umide d'alcool e persino i
gabinetti, dove sembra di assaporare l'incenso delle chiese
romane.
Zio Oscar fu abitato da un sogno: in quel paese diviso tra
antichi boschi e mare quieto, produrre la più buona Suppe
del mondo cioè trasformare il cosmo in cibo.. La leggenda
racconta che ci lavorò per tutta la vita, come l'alchimista
che dalla nigredo della
prima materia, deve estrarre la rubedo
e poi l'albedo della
pietra filosofale. Provò, riprovò, fallì, tornò a
riprovare, fu sul punto di abbandonare l'impresa, venne
posseduto dallo sconforto, e nemmeno il Napoléon
di ottant' anni lo consolava. Verso la fine della vita, il
sogno di Zio Oscar fu coronato: una minestra, dove il pesce
(quasi tutto il pesce del Nord) e le verdure e i condimenti e
un elemento misterioso formano un impasto profumatissimo, dove
galleggiano i relitti di ciò che una volta fu pesce,
aragosta, verdura, ed ora è soltanto ambrosia. Durante mezzo
secolo, i discendenti di Zio Oscar non hanno mai dimenticato
quella Suppe, che resta intatta, immortale, sottratta a ogni vicissitudine
del tempo, come Sopra
un'urna greca di Keats.
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