Suedtirol/La Val Pusteria
L'AUSTERA BELLEZZA DEI MASI 
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Sono migliaia: quelli più in alto, fino a 1800 metri, risalgono al Medio Evo)
 di Pietro Citati (repubblica.it, 15.09.04)

Goethe non credeva nell'armonia della natura; e si prendeva gioco, con un lieve persiflage, di tutti coloro che immaginano di vivere nel «migliore dei mondi possibili». La natura è simile all'uomo. L'uomo è dominato dai traumi, dagli incubi notturni, dalle nevrosi, dalle psicosi, dalla violenza, dalla follia, e dalla ferocia della storia. Anche la natura ha i suoi traumi: il fuoco, i vulcani, i terremoti, le tempeste, la furia dei venti, il gelo, le fiamme divoranti del sole, gli insidiosi pericoli della metamorfosi. Come l'uomo è stato salvato, anche la natura deve essere salvata; e può farlo soltanto il gesto dell'uomo, soprattutto nella sfera del mito.
Questo dramma grandioso venne messo in scena nella Notte classica di Walpurga (una parte del Faust II), che Goethe scrisse, tra il sonno e la veglia, nei primi sei mesi del 1830, a più di ottant'anni. Non molti sanno che quei 1483 versi sono il capolavoro della poesia del diciannovesimo secolo: più belli di Hoelderlin, di Keats, di Emily Dickinson, di Hopkins, di Baudelaire, di Puskin, di Leopardi. In una fiala di vetro nasce Homunculus: il nostro nous, il nostro divino intelletto, che indossa una pura tunica di fuoco; e non possiede corpo. E' la notte del 6 giugno, o dell'8 agosto. Sulle rive del fiume Peneio e lungo le baie rocciose del Mar Egeo, si raccolgono gli spettri delle divinità greche. Nel cielo splende la luna, arrestandosi per un attimo fuori dal tempo, e contemplando nelle acque «la dolce umidità di vita». Lì, dove germoglia la vita, Homunculus desidera prendere un corpo. Quando arriva Galatea, seduta su un carro di conchiglie e trascinata da delfini, Homunculus si libra nell'aria, fiammeggia attorno al carro: poi la fiala di vetro si spezza e il fuoco lampeggia sopra le acque, mentre un solo incendio sembra ardere gli dèi e il mare. Homunculus muore e rinasce. La sua pura fiamma spirituale è perduta: ma egli diventerà alga, granchio, pesce, delfino, sino a risalire nel corpo di una creatura umana. Intanto, col suo gesto, egli salva la natura, riconciliando tra loro gli elementi: l'acqua ed il fuoco, l'aria e la terra.
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Ho sempre pensato a questi versi quando ho scorto l'accordo perfetto tra le invenzioni della natura e quelle dell'uomo. Per esempio, davanti alla collina di San Gimignano. O nel Pustertal, la valle Pusteria, la più bella tra le valli montane che io conosca in Europa. Qui la natura ha prodigato i suoi doni: rosee e puntute cime rocciose, boschi di abeti, larici e pini silvestri, prati, fiumi. Poi ha insinuato nella valle principale valli laterali diversissime: l'austero Gsiesertal (Val di Casies), che pare inventato da un asceta del terzo secolo, e il Pragsertal (Valle di Braies) e l'Antholzertal (Valle di Anterselva), così fantastiche e romanzesche, che sembrano immaginate da Albrecht Altdorfer - un pittore di foreste e battaglie, nato non lontano da questi luoghi.
Per una decina di secoli, l'uomo ha collaborato con la natura, costruendo i masi, di cui sia gli italiani sia i sudtirolesi ignorano (temo) la bellezza. Nel Pustertal sono migliaia, specialmente sui versanti soleggiati delle valli: quelli più in alto, fino a 1800 metri, risalgono al Medioevo, quando il clima era più mite. Non finisco di ammirare la bellezza delle grandi aperture nelle facciate: ora (di rado) rettangolari, ora capricciosamente ondulate, secondo l'estro melodico degli architetti. L'apertura annuncia una cavità interna, chiusa da un balcone dalle colonne squisitamente lavorate.
Poi ci sono legni disposti a croce greca, o a doppia o a tripla croce; e decorazioni vegetali, che ricordano un poco quelle delle chiese norvegesi in legno. Con i costruttori, ha collaborato un artista grandissimo, il Tempo. Il Tempo non è sempre favorevole alle costruzioni di pietra, perché sporca i colori: a Praga, le tinte chiarissime dei palazzi vennero cancellate all'inizio del secolo scorso, quando viveva Kafka, da una tetra tinta nebbiosa. Mentre il Tempo ama le costruzioni di legno: il sole e la pioggia e l'inverno scuriscono e incupiscono il legno, ma non in modo uniforme, perché ogni tanto squillano travi inaspettatamente luminose, che il Tempo ha desiderato dimenticare.
Come scrive Bernhard Loesch in un libro che purtroppo pochi conoscono, ogni maso è (o era) un cosmo. I sentieri vengono fiancheggiati da olmi e frassini: accompagnati da canali irrigui, lunghi a volte chilometri. Ci sono (o c'erano) abbeveratoi e fontane: harpfen, cioè alte spalliere e graticci di legno per essiccare i cereali e le fave: fienili con tetti di paglia; legnaie, dove i legni tagliati sono disposti con tale scrupolosa precisione di incastri, che sembrano calcolati dall'architetto. I Greci pensavano che, quando l'uomo ha raggiunto una cosa perfetta, deve arrestarsi. La stessa impressione si prova qui, davanti a questa combinazione di legni, acque, boschi e prati; e si vorrebbe che le ore si fermassero sui versanti soleggiati dei monti. Qualche volta sembra che i trattori si nascondano, o procedano più lentamente e silenziosamente, così da passare inavvertiti.
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Non amo i crocefissi sparsi dovunque nel Pustertal. Non perché siano dolorosi. Il Cristo in croce di Gruenewald a Colmar è molto più tremendo: sia Gesù sia la natura sono preda di una orribile putrefazione; e così Cristo al sepolcro di Holbein il giovane a Basilea, col «viso atrocemente sfigurato dai colpi, con tremendi lividi sanguinolenti e gonfi, occhi dilatati, pupille storte, e il bianco degli occhi vitreo e cadaverico»: questo quadro fece dubitare a Dostoevskij che la Resurrezione fosse mai avvenuta e che il mondo venisse dominato da una Bestia mostruosa. I crocefissi del Pustertal sono mediocri e sinistri. Forse per contrastare questa immagine religiosa, a Innichen (San Candido), Toblach (Dobbiaco) e Taisten (Tésido) , vennero costruite, sotto l'influenza bavarese e austriaca, alcune incantevoli chiese barocche e barocco-rococò. Qui sembra che la Crocifissione sia stata dimenticata: i suoi effetti benefici sono penetrati così profondamente e intimamente nella creazione, che nessuno pensa più allo scandalo della Croce. La vera regina è Maria, «vestita di sole, la luna sotto i piedi e sulla testa una corona di stelle»: la grande mediatrice, che lascia trapelare sulla terra soltanto i riflessi delicati e attenuati del divino.
Non c'è nessun rifiuto del mondo terreno: esso viene accettato, perché tutte le cose passeggere, anche le più frivole, sono «un esempio», «un simbolo»di qualcosa di celeste. Le chiese di Innichen e di Toblach sono salotti elegantissimi dove si può conversare a lungo con i santi, gli angeli e gli uomini. Dal pulpito dorato, il sacerdote tiene un i discorso pieno di grazia, raccontando storie minori e divertenti della Bibbia. Anche gli angeli conversano tra loro e giocano: tengono in mano pesci: o spade con le quali trafiggono, certo per scherzo, Satana e i Turchi, che annunciano già le tourqueries di Rossini. I confessionali sono intarsiati d'oro e laccati di legno levigato come l'avorio: così piacevoli, che qualsiasi fedele desidera aver compiuto moltissimi peccati, per restare inginocchiato - per ore e ore - in quel luogo pieno di grazia. E, del resto, ci sono davvero i peccati'? Non è certo: oppure sono così lievi, così lievi ­ un peccato di gola, troppa minestra d'orzo, troppi strudel, o un pensiero amorosamente ardito - che basta un Pater o un'Ave Maria per cancellarli.
Qualche volta, si ha l'impressione che le chiese di Innichen e di Toblach siano torte alla crema, preparate in una squisita pasticceria celeste. Le tinte preferite sono il rosa e il verdino: i colori più leggeri e tenui, i colori dei petali di rosa, dei prati e dei cirri illuminati dal sole al tramonto. Tutto è finto: la pittura imita lo stucco, il legno e la pietra imitano il marmo: ogni particolare allude a un'altra cosa; eppure il falso stucco è cremoso e burroso come quello vero. Siamo nel regno dell'illusione: la vita è un'illusione; e forse anche la fede è un'illusione, più vera del vero.
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Il Suedtirol fa parte di quella i immensa area internazionale della Suppe, che comincia in Islanda e in Norvegia e di lì scende, attraverso la Danimarca e i paesi di lingua tedesca, fino nel Pustertal. Qui raccomando, in special modo, la minestra di cipolla in crosta di formaggio e la Suppe di porcini e porri, oltre la consueta, infallibile, minestra d'orzo. Poi quest'area s'interrompe: combattuta, nell'Italia settentrionale, dal riso e dalla polenta; ma riprende vigore dopo gli Appennini, trionfando in Toscana. Non ho bisogno di ricordare la ribollita, la minestra di fagioli, di ceci, di lenticchie e di cavolo nero, il caciucco, l'acqua cotta, questo capolavoro della cucina dei poveri e dei poverissimi, dove si armonizzano pane quasi secco, basilico, sedano, carota, pomodoro, cipolla, prezzemolo, olio, e se la famiglia è davvero benestante, persino due uova strapazzate. Malgrado la mia ammirazione per le minestre del Suedtirol e della Toscana, devo confessare che la Suppe assoluta viene creata a Kragero, un paese sulla costa meridionale della Norvegia. Là viveva, al principio del secolo scorso, Zio Oscar, un signore che assomigliava per metà a Ibsen e per metà a Bismarck, con una di quelle foltissime capigliature e foltissime barbe, che allora denotavano sapienza e saggezza. Non era un albergatore né un ristoratore. Sulla riva del mare, possedeva un tempio dell'alcool, costruito con il legno più odoroso, intarsiato come lo studio di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Urbino. Nelle scansie, si allineavano i whisky, i cognac, le grappe, le vodka, i gin, i rum più antichi e costosi: talora avvolti da una sottilissima crosta, che ne concentrava l'essenza. C'erano perfino la modesta lappa dei Lapponi e il brennivì degli Islandesi. Nel tempio dell'alcool, gli avventori fumavano e fumano il sigaro: l'odore dei tabacchi esotici intride le pareti umide d'alcool e persino i gabinetti, dove sembra di assaporare l'incenso delle chiese romane.
Zio Oscar fu abitato da un sogno: in quel paese diviso tra antichi boschi e mare quieto, produrre la più buona Suppe del mondo cioè trasformare il cosmo in cibo.. La leggenda racconta che ci lavorò per tutta la vita, come l'alchimista che dalla nigredo della prima materia, deve estrarre la rubedo e poi l'albedo della pietra filosofale. Provò, riprovò, fallì, tornò a riprovare, fu sul punto di abbandonare l'impresa, venne posseduto dallo sconforto, e nemmeno il Napoléon di ottant' anni lo consolava. Verso la fine della vita, il sogno di Zio Oscar fu coronato: una minestra, dove il pesce (quasi tutto il pesce del Nord) e le verdure e i condimenti e un elemento misterioso formano un impasto profumatissimo, dove galleggiano i relitti di ciò che una volta fu pesce, aragosta, verdura, ed ora è soltanto ambrosia. Durante mezzo secolo, i discendenti di Zio Oscar non hanno mai dimenticato quella Suppe, che resta intatta, immortale, sottratta a ogni vicissitudine del tempo, come Sopra un'urna greca di Keats.

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