Oltre la nostalgia. L’emigrazione trentina al femminile. 

di Francesca Massarotto Raouik 
(Trento, Edizioni della Provincia Autonoma di Trento, 1991)

Con le testimonianze al femminile raccolte in questo volume Francesca Massarotto Raouik mette a confronto varie esperienze di donne emigrate dal Trentino nel primo e nel secondo dopoguerra per stabilirsi in Belgio e in Canada.
Al pari di altre analisi comparative anche questa ha il merito di sottolineare quanto i percorsi e i risultati dell'emigrazione siano stati diversi e articolati persino nell'ambito delle stesse correnti d'esodo regionali e locali. Nel solo caso dell'emigrazione trentina, ad esempio, le immigrate in Belgio si trovarono a sostenere condizioni di vita ben diverse da quelle affrontate da quante partirono invece per il Nord America. Se, nel primo paese, le trentine incontrarono avversità enormi e furono condannate a vivere nelle precarie condizioni economiche ed abitative dei distretti minerari, stando al fianco di uomini che erano condannati alla silicosi, all'invalidità permanente e alla morte prematura, in Canada le inevitabili difficoltà di adattamento furono sormontate grazie a una più rapida integrazione nella realtà sociale locale, favorita a sua volta dalla migliore posizione raggiunta dagli italiani nei lavori ferroviari del grande paese nordamericano.
Esaminata attraverso gli efficaci racconti diretti che le emigranti hanno rilasciato all'autrice all'interno delle proprie case in Belgio, o nei numerosi circoli delle italiane in Canada, l'emigrazione femminile che traspare dalle pagine di questo libro risente comunque di un limite interpretativo di fondo: quello che affida di fatto alle donne il ruolo di garanti dell'unità familiare e di tutrici dei valori etnici originari.
Certo, alla ricostruzione della giornalista veneta non mancano i riferimenti puntuali alle dure esperienze vissute dalle donne nelle povere condizioni economiche delle realtà di partenza, né tanto meno vengono sottaciute le situazioni che al di fuori delle pareti domestiche - o nelle miniere belghe o nelle manifatture e nelle fabbriche canadesi - le donne trentine dovettero affrontare con ogni sorta di disagio: dall'isolamento linguistico alle pessime condizioni degli orari, dalla sottoremunerazione ai gravi infortuni sul lavoro. Tuttavia, nonostante questi crudi racconti, nei giudizi e nelle presentazioni delle singole protagoniste l'autrice finisce sempre per enfatizzare quei ruoli di salvaguardia, di protezione e di sostegno dell'uomo e della famiglia, ritenuti tradizionalmente come attributi squisitamente femminili.
In tal senso sono paradigmatiche le pagine dedicate al fenomeno del «bordo», ossia la pratica della pensione con vitto cui gli emigranti senza famiglia ricorrevano spesso, sia in Belgio, che in Canada.
Nel «bordo» - scrive Francesca Massarotto alle pagine 210 e 211 - gli uomini si raccoglievano insieme la sera dopo il lavoro ( ... ) mentre le donne, affaccendate a cuocere i piatti tradizionali diffondevano sapori e suoni di casa ( ... ) e facevano ritrovare all'emigrante attimi di serenità fra le pareti domestiche che anche se ricostruite lontane, gli infondevano sicurezza. Grazie alla donna gli emigranti rivivevano e conservavano le caratteristiche della loro etnicità ( ... ). Il ruolo domestico della donna permise il formarsi di comunità stabili attraverso la formazione e la crescita di nuclei famigliari».
Altrettanto significative sono le valutazioni con le quali si concludono le descrizioni del profondo isolamento sociale e linguistico cui molte donne furono condannate tra le pareti domestiche di tante esperienze migratorie.
«Il tempo della donna - si legge ancora a pagina 129 - in emigrazione non è lo stesso dell'uomo; l'uomo lavora, accetta i ritmi della miniera, della fabbrica, della squadra di operai, impara nuovi gesti, i suoni di una nuova lingua, confronta idee diverse con nuovi compagni di lavoro. La donna, dovendo restare lunghe ore tra gli spazi chiusi in casa, ha più tempo per restare sola con se stessa e con i propri figli ( ... ). Ed è costretta a trasmettere ai figli tutto il suo mondo interiore. In questo modo, la donna preserva il proprio passato e quello della propria gente e lo passa ai figli. E, senza accorgersene, compie un recupero storico di grande importanza: custodisce in tutta la sua autenticità un'antica e profonda cultura altrimenti destinata all'oblio».

E proprio questa giustificazione del «sacrificio» e dell’invisibilità dell'opera femminile a tutto vantaggio della ricomposizione familiare e della preservazione di tradizioni e valori arcaici che inficia l'interpretazione del pur articolato profilo di esperienze femminili descritte in questo volume. Si tratta infatti di una prospettiva che non tiene nel dovuto conto quegli studi sui rapporti di genere che sta producendo oggi, sia all'estero che in Italia, i migliori risultati di ricerca sulla storia delle donne e sull'emigrazione femminile.
 

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