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1.
Pianeta
Terra, casa comune
Il tema che mi è stato affidato è,
almeno nella sua generalità, ogni anno lo stesso e ogni
anno nuovo, perché richiede di anno in anno di essere
ripensato, ristrutturato e riletto con riferimento ai
nuovi dati emergenti dall'esperienza sociale, politica e
culturale che stiamo facendo. Quest'anno, poi, questi
giorni anche, hanno dato alla trasformazione del quadro
di riferimento una accelerazione da mozzare il fiato, e
allo sguardo più acuto il senso della dissolvenza: i
punti di riferimento stanno scomponendosi sotto i nostri
occhi a livello dell'assetto politico internazionale.
Però non è in maniera diretta di questo che io devo
parlarvi. Anche le vicende di questi ultimi giorni (1)
sono lì a dimostrarci che ormai il pianeta Terra è
sempre più la città dell'uomo, indivisibile, senza
muri. Naturalmente ci sono ancora molti muri; la caduta
di quello di Berlino non è che la caduta di un muro,
tutto sommato sempre meno significativo. In questo
ultimo scorcio di tempo esistono altri grandi muri che
saranno quelli destinati a rendere drammatici gli anni
che verranno; e penso soprattutto alla grande muraglia
Nord-Sud.
Parto da una semplice osservazione, che vale a darvi il mio
stato d'animo in questo momento: da una parte le vicende
che hanno colpito l'Unione Sovietica non possono non
coinvolgerci e non darci l'impressione che si stia
modificando un sistema che sembrava ibernato per sempre;
però dall'altra non devo dimenticarmi che questa storia
di cui sono pieni i giornali e i mass media riguarda in
maniera diretta solo un miliardo dei sei miliardi di
abitanti della terra. Gli altri cinque miliardi che
pensano, che valore danno a quello che accade a Mosca?
Per i campesinos del Brasile, per i poveri negri delle
tribù africane, per le grandi masse dell' Asia, che
senso ha? E davvero così importante o è una disputa
interna al mondo privilegiato, a quella porzione di
umanità che ha di fatto la gestione della storia?
Noi rischiamo spesso di rimanere
senza spirito critico, succubi dell'ottica dell'egemonia
del Nord nei confronti del Sud, e di dare valore storico
solo ai fatti che toccano questa porzione, lasciando
nella irrilevanza tutto quello che avviene al di fuori.
Noi abbiamo onorato certo i due o tre morti di Piazza
del Maneggio, a Mosca, la grande manifestazione di
quella città ci ha coinvolti. Ma chi mai onorerà tutti
i morti del Terzo Mondo, le povere vittime anonime che
sono in ogni angolo di quelle città?
Nessuno se ne cura. C'è evidentemente - ma questo lo
diremo in maniera più precisa al momento giusto- una
rappresentazione della realtà che è funzionale alla
nostra posizione egemonica; e una presa di coscienza che
l'intero pianeta è la città dell'uomo non può non
rimettere in questione questa rappresentazione, che
anche la scuola ha fatto propria. Anche la scuola vive
discriminando gli avvenimenti storici da quelli che non
lo sono; ma questa discriminazione non rispecchia
l'effettiva consistenza dei fatti, quanto
un'organizzazione degli interessi.
Ci riflettevo nel seguire le trasmissioni in diretta da
Mosca, e le vicende dei giovani di Piazza Tienanmen,
quando la piazza di Pechino era nel nostro salotto, e
abbiamo visto succedervi cose straordinarie. Noi magari,
siccome queste cose avvengono giorno dopo giorno, non
avvertiamo lo stacco dal passato; ma i mass media hanno
ristretto gli spazi a tal punto che noi abbiamo abitato,
non da osservatori curiosi, ma da cittadini del mondo,
in tutte quelle piazze. Noi abbiamo abitato nella piazza
di Pechino, in quella di Varsavia, di Berlino e di
Budapest; e poi in quella di Mosca che sembrava invece
dominata da un'immobile nebbia, in cui si pensava che
non si sarebbe mosso mai nulla.
È la città-pianeta, che ha molte piazze, in cui ogni
abitante si ritrova a casa sua perché di fatto il
destino del mondo è sempre più unitario; e il sistema
delle interdipendenze, di cui i mass media sono il
veicolo, il tessuto connettivo e lo specchio, stringe
sempre di più popolo a popolo, uomo a uomo, per cui la
percezione che abbiamo quando ci liberiamo dai diaframmi
di autodifesa è che siamo davvero una sola città,
abbiamo un comune destino.
Gli squilibri ecologici, ad esempio, costituiscono un
segno perentorio di questa unicità, un segno
inesorabile e certo, come tutti i fatti fisici. Il buco
di ozono e l'effetto serra, tanto per rifarmi ai luoghi
comuni del discorso catastrofico, stanno lì a dirci che
il destino del genere umano è uno solo, dentro questa
mirabile nicchia insediata inesplicabilmente nel bordo
interno di una spirale di una galassia fra miliardi di
galassie. Questa nicchia ecologica, che è la biosfera,
è compromessa da ciò che avviene dentro di essa, dal
prodotto più alto del poema misterioso della vita che
si è insediata in questo infinitesimo spazio del cosmo:
dall'uomo. L'uomo sta minacciando il proprio involucro
vitale.
Questo è un sentimento di fondo, privilegio amaro della
nostra generazione, se noi abbiamo acquistato coscienza
dell'entropia, che ha una sua inesorabile forza, che
chiude dentro la propria parabola tutte le prospettive
del futuro dell'uomo. Noi sappiamo: il sole avrà
quattro miliardi di anni ancora di combustione, sei al
massimo, ma tutto è rinchiuso dentro questa condizione:
l'energia che abbiamo a disposizione è esauribile, non
si rinnova se non parzialmente, quindi la sua parabola
è in declino.
Se in tutte le vecchie rappresentazioni che ci facevamo
un tempo, quando all'università dominava una cultura
crociana e storicistica, il futuro era lo spazio della
Storia con la "S" maiuscola, una Storia che
andava avanti all'infinito, oggi queste visioni sono già
spezzate in forza di una osservazione empirica.
No, non è affatto vero che abbiamo
davanti un futuro infinito: il futuro è finito ed è
proporzionato alle energie che abbiamo a disposizione,
quelle stesse che noi sperperiamo in maniera
sconsiderata. E una presa di coscienza importante che ci
restituisce ad una umiltà creaturale e al senso della
precarietà dell'esserci; ci libera dalla retorica della
cultura del passato e ci mette nelle condizioni così
stupendamente rappresentate dal Leopardi ne 'La
ginestra', innanzi all' arido
vero, alla verità del dato di fatto. Questa è una
metamorfosi di coscienza che dobbiamo fare liberandoci
dalle enfiagioni retoriche in cui consiste per lo più
il nostro umanesimo letterario.
Ora, quello che ci dovrebbe preoccupare come uomini di
scuola è che alla constatazione dell'unità oggettiva
del destino dell'uomo, dovuta a ragioni strutturali
incontestabili, non corrisponde - per usare una parola
nobile - una paideia proporzionata.
Se noi studiamo la pedagogia del passato, ci accorgiamo
che ogni società ha dato espressione di sè nel proprio
progetto educativo, comunque esso si sia poi realizzato.
L'antica Grecia aveva nell'Iliade il proprio modello
pedagogico, per cui la memoria epica creava l'ethos
dell'uomo greco e gli eroi erano appunto i modelli
di umanità da realizzare; e anche Roma ha avuto la sua
grande pedagogia, e così la cristianità medioevale con
i suoi modelli di umanità, e anche la storia borghese
con i suoi valori nazionali, con l'esaltazione della
patria e dell'eroe che la difende. (Nella scuola abbiamo
bevuto questi valori; io che sono cresciuto in una
scuola fascista, da piccolo, anche se me ne sono
liberato con furia abbastanza presto, ho dovuto subire
il contagio di un'educazione nazionalistica, in cui gli
eroi della guerra d'indipendenza prendevano il posto dei
santini dell'immaginazione bigotta: siamo stati educati
nell'amore per la patria, al sentimento che la guerra è
salute dei popoli e via via...).
Questi sentimenti hanno caratterizzato la scuola del
passato con maggiore o minor intensità; però si deve
dire che quella pedagogia rispondeva alle strutture
esistenti nel mondo, alla percezione che si aveva di
esso. Pensiamo, ad esempio, a tutto ciò che la scienza
ha detto sull'origine dell'uomo col darwinismo; pensiamo
a quel darwinismo
sociale che arrivava a legittimare il primato di una
razza sull'altra, e che giungeva ad inserire anche nei
rapporti conflittuali tra i popoli il principio della
lotta per la vita, e aveva così convalidato l'idea del
popolo eletto, delle razze elette, e così via. (Parlava
di 'razze umane', fra l'altro, in deroga alla serietà
scientifica, che non ammette l'uso del plurale della
parola 'razza' quando si parla dell'uomo, che è una
sola razza perché non ci sono razze umane, ma
sottospecie di una sola specie che è l'uomo).
C'era dunque corrispondenza fra visione
scientifica della realtà e visione
pedagogica: che in questa osmosi fra i due momenti
ci fosse poi una spinta di tipo ideologico è vero, però
c'era una omogeneità.
Noi oggi ci troviamo con una visione della realtà
sempre più lucida, sempre più diffusa attraverso i
mass media: siamo la generazione che ha visto la Terra
dalla Luna, abbiamo assistito nel '69 a questo
spettacolo incredibile che ha creato sicuramente qualche
trauma nella psiche collettiva. Questa Madre Terra,
mitizzata dalle antiche culture, era un oggetto posto
dinnanzi a noi attraverso il prolungamento tecnologico
dell'occhio, una sfera nello spazio, dunque un qualcosa
di limitato. Ed è stato come il rompersi di un vincolo
sacro. Certo, dovremo ritrovare una sacralità della
Terra, ma a partire dalla percezione della sua fragilità.
Essa non è più la madre che ci ha avvolti e ci
rassicura, ma è creatura anch'essa rimessa alle nostre
mani: ed è un cambiamento fondamentale, questo, tra il
senso della natura arcaico e quello postmoderno.
Ora noi, specie nella scuola, stiamo constatando la
mancanza di una paideia,
di un progetto rispondente a queste scoperte
dell'uomo. E un vuoto che viene poi riempito
indebitamente da altre fonti di formazione, e il ragazzo
cresce dentro infiniti impulsi educativi
incontrollabili, di cui la scuola stessa, a volte, è
soltanto a rimorchio. Però la scuola, prendendo
coscienza delle proprie responsabilità, dovrebbe
interrogarsi se secondo le sue misure e le sue forze non
possa mettere in moto la nuova paideia
necessaria.
Il principio di questa nuova paideia,
se toccasse a me adesso elaborarla (ma io ho proprio
in mente di lavorare nei prossimi mesi per scrivere un
libro dal titolo 'L'uomo europeo, proposta pedagogica'),
sta nella ricerca del 'nuovo uomo europeo'. Non penso,
beninteso, al figlio di Cristoforo Colombo cui faremo il
processo l'anno venturo, che andò oltre l'Atlantico per
portare il battesimo e importare l'oro (e così è
rimasto, basta sostituire l'ideologia al battesimo. E
allora scopriamo che ancora oggi si esporta civiltà e
si importano le ricchezze che ci hanno resi sfruttatori
del mondo). Penso invece al figlio di un'Europa nuova,
che sono convinto abbia ancora un compito storico:
quello di esercitare un'egemonia. Nel senso gramsciano
del termine, però: non in un rapporto di dominio
coatto, ma in un rapporto di animazione e di
lievitazione planetaria. L'uomo europeo ha una ricchezza
che lo abilita a questo e che lo può rendere insieme
artefice e prodotto di questa nuova paideia,
il cui principio desumo dalla semplice grande frase
di Einstein, nel '55, quando nel suo manifesto diceva:
"Uomini, pensate alla vostra' comune appartenenza
al genere umano e dimenticate tutto il resto".
Il valore e il dato da cui partire
per prendere coscienza dei problemi del tempo è dunque
l'appartenenza non alla razza bianca o al mondo europeo,
ma al genere umano. Questa è un'idea semplice, che può
sembrare ovvia, ma le sue implicazioni sono
rivoluzionarie. lo non posso e non voglio, qui, come
faceva Agnes Heller -a mio parere senza fondamento-
accusare Einstein di 'umanesimo biologico', perché
l'appartenenza al genere umano è veramente un dato
biologico e come tale va rispettato, anche se
trasformato da dato biologico a dato di responsabilità
etica. Ma siccome, come diremo al momento giusto, il
genere umano che ha coscienza di sé ha coscienza di
essere interno alla biosfera, e può avere premura per sé
solo se ha premura per la biosfera, in questo principio
ritrovo anche una dimensione ecologica.
Cominciare a pensare come membro del genere umano
significa rimettere in sospensione, per parlare alla
Husserl, tutto il resto: che io sia bianco, europeo,
cattolico è molto importante, ma lo metto fra
parentesi, per trovare un valore fondante corrispettivo
alle dimensioni che ho prima evocato della città unica,
del pianeta-città unica. Quindi, se questo è vero, è facile
constatare che i livelli culturali oggi dominanti sono
molto al di sotto di questo. lo ho vissuto anche con
travaglio morale le vicende di quest'ultimo anno (2),
dall'agosto scorso a oggi, quelle che riguardano il
Golfo Persico; perché ho avuto innumerevoli segnali che
il paradigma di lettura di quella situazione era un
paradigma razzistico (uso il termine paradigma
nel senso con cui lo usa la filosofia della scienza
di oggi; cioè come quel giudizio presupposto latente, a
partire dal quale io mi faccio una rappresentazione
delle cose, con la convinzione di essere oggettivo,
senza avvertire che in realtà la mia oggettività è
condizionata dal paradigma stesso).
'Paradigma razzistico' che non è teorizzazione
razzistica, Dio ce ne guardi. Il paradigma razzistico è
un condizionamento pre-razionale che influenza la
ragione, per cui abbiamo affrontato un confronto col
Terzo Mondo, col Sud, in maniera catastrofica,
producendo effetti che avranno ripercussioni lunghe nei
rapporti Nord e Sud.
Dunque, la cultura nostra -di noi del mondo del
privilegio- è troppo al di sotto del principio della
nuova paideia che
ho annunciato prima. Non riusciamo a pensare come membri
del genere umano, anche se per un altro verso è proprio
la cultura nostra, quella occidentale, europea (sono
termini scambiabili), che ha prodotto quanto di più
grande abbia l'umanità d'oggi: la Carta dell'ONU, la
Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del' 48, tutte le
convenzioni internazionali basate sui diritti umani.
(Per inciso, è utile ricordare che questa non è una
cultura univocamente volta al dominio e all'uso della
forza; è una cultura ambivalente, intrinsecamente
dialettica, che ha un aspetto altamente positivo. Però
nella cultura dominante è la visione occidentale quella
che condiziona le decisioni e i comportamenti. C'è un
paradigma etnocentrico che impedisce la percezione della
reale importanza dei diritti umani e del diritto
internazionale, che vengono affermati con astratta
universalità, ma vengono usati con pregiudizio
ideologico; per cui noi avvertiamo l'esistenza del
diritto internazionale quando la sua violazione offende
i nostri interessi, mentre quando non offende i nostri
interessi ogni violazione è permessa: la storia è lì
a dircelo.).
Noi dobbiamo modificare la coscienza. E il compito della
scuola -pur senza darle compiti, diremo così, di ordine
metafisico, ma tenendola immanente alle sue ragioni
storiche- è di stabilire un raccordo efficace fra
condizione oggettiva dell'uomo e percezione soggettiva.
Ora c'è come uno iato fra condizione effettiva e
percezione: tra le due dobbiamo stabilire un raccordo,
questo è il compito che abbiamo.
Permettetemi allora un breve excursus,
utilizzando quello che la scienza ci dice al
riguardo, delle tappe che l'uomo ha percorso per
giungere a questa soglia, che è la soglia della
planetarizzazione.
Noi siamo, in termini proprio evolutivi, alla soglia
della planetarizzazione della specie; qualcuno dice
della mondialità, ma io uso questo termine -planetarizzazione-
per rendere trasparente il dato oggettivo della
nuova dimensione, che è appunto il pianeta Terra
vissuto come spazio comune, come unica città dell'uomo.
È una dimensione, dunque, che implica un mutamento
antropologico. Quali sono le tappe di questo mutamento?
Chi conosce, sia pure da dilettante, la storia della
nostra specie, riconosce che la nuova scuola deve
passare ad un umanesimo
etnologico, lasciando quell'umanesimo letterario di
cui tutti siamo abbeverati (specie un Fiorentino come
me, che si muove sempre in mezzo alle ombre dei grandi
umanisti. Io, poi, abito addirittura nella casa dove,
precisamente cinquecento anni fa, Pico della Mirandola
passò due mesi, avendo appena proclamato il "De
dignitate hominis", il grande manifesto
dell'umanesimo in cui l'uomo moderno si è sempre
riconosciuto).
Passare dall'umanesimo letterario all'umanesimo
etnologico, come dice Ernesto De Martino (la
frase mi piace), è dunque il nostro compito. Quindi non
tanto conoscere i testi dei Greci e dei Latini, che Dio
li abbia in gloria; ma conoscere i documenti del grande
cammino dell'uomo, della nostra specie. Anche i relitti
fossili sono eloquenti: commuovono perché ci fanno
capire che la vita su questo pianeta è un'avventura
ammirabile, ma precaria; che c'è, ma poteva non
esserci, che ha superato in maniera inesplicabile molti
bivi tra continuità e distruzione: noi abbiamo alle
nostre spalle ecatombi di specie viventi. La vita si è
mossa lungo un crinale di incertezze e saperlo significa
averne cura, avere questa specie di pietas
profonda, nel senso classico della parola, per un
fiore che c'è e potrebbe non esistere, per l'animale
che incontriamo, perché la vita è un esito
meraviglioso, ma precario. Questa lezione dell'umanesimo
etnologico è più importante che tutti i testi greci e
latini. Fra l'altro - chissà quante volte l'avete
verificato anche voi durante lo studio scolastico- una
grande svolta culturale è già avvenuta, ed è quella
che ci ha liberati dal Medio Evo; perché l'uomo nel
1400-1500, in base alle nuove attività commerciali ed
artigianali, aveva bisogno di dare un senso alla vita
non nel monastero o nel feudo, ma nella città. L'uomo
era diventato civis,
ma alla nuova etica adatta all'uomo cittadino il
Medio Evo non sapeva dire gran che, perché il suo
modello era il monaco che viveva solo; e allora ci fu un
ritorno ai Greci e ai Romani, un ritorno che fu
suggerito dal bisogno di dare una risposta vitale e di
trovare un'esemplarità per la nuova condizione
dell'uomo. Ma la nostra città è il pianeta, oggi. I
Greci e i Romani non hanno granché da dirci, occorre
risalire molto più lontano.
Per esempio, se mi è permesso abbandonarmi a questi
piccoli romanticismi, io quando vedo il volto di un
Indio sono preso da una commozione profonda (fra
l'altro, ho avuto l'avventura che un mio nipote ha
adottato un bambino appena nato in Perù, e proprio ieri
lo avevo tra le braccia, questo bambino che adesso ha
cinque anni, che ha proprio la faccia da Indio...). Il
fascino che provo credo sia dovuto anche a delle
sofisticazioni culturali, perché gli lndios che
Cristoforo Colombo in quel dicembre 1492 incontrò
nell'isola di Haiti erano, l'etnologia lo dice, una
ramificazione della specie homo
sapiens dislocatasi dall'Asia nel continente oggi
detto America circa trenta, quaranta mila anni fa,
durante una glaciazione, e poi rimasta isolata prima che
avvenisse la rivoluzione neolitica che è all'origine
della nostra civiltà. E quindi quegli lndios siamo noi
prima della rivoluzione neolitica, con quello di arcano
e di stupendo che abbiamo perduto in questa rivoluzione,
che ci ha dato altri valori, ma ce ne ha fatti perdere
molti altri che solo ora stiamo riscoprendo. La cultura
india è come un'anfora chiusa: se la aprite ci sono
profumi arcani, che ci appartengono. Ma l'uomo europeo
non seppe riconoscere nel fratello Indio se stesso e la
propria storia, e anzi nel dibattito se quelli fossero
uomini o no, prevalse la tesi che non lo fossero: chi
non ci rassomiglia non è uomo; questa è la nostra
sentenza, anche ad alti livelli, e potrei citare molti
nomi illustri e spregiudicati che lo hanno sostenuto
fino ai tempi nostri.
Chi non è come noi non è pienamente uomo! lo quando
trovo l'uomo che non è come noi sento una commozione,
perché trovo la mia identità non già finita, passata,
ma una possibilità ancora proposta a me, perché la
nostra umanità è chiamata oggi a dilatarsi
riconoscendosi nelle diversità disseminate sulla terra;
altrimenti diventeremo sempre più razzisti, avremo
faccia dura e piglio aggressivo, come abbiamo dimostrato
recentemente.
Le fasi della transizione che ci ha condotti a questa
soglia sono tre, io credo. Chiamerei la prima la fase
biologica, governata dalla lotta per la vita.
L'antagonismo è, come sappiamo, nella natura, una
legge: interessarsi del mondo degli animali è anche
scoprire la terribile legge della lotta per la vita,
"la tua morte è la mia vita". Ma una più
profonda conoscenza di quel mondo ci fa capire che c'è
anche un'altra legge: è quella della compenetrazione,
della collaborazione, della complementarietà tra specie
e specie. Non è vero che il regno della morte domina
nel mondo della natura; c'è in essa una sapienza vitale
per cui scopriamo che quell'insetto è utile a
quell'animale, il quale è utile a sua volta. C'è una
catena di interdipendenze meravigliosa, che ci fa capire
che la natura non è solo competizione e distruzione, ma
è anche costruzione comune: ecco l'altro aspetto
recondito del mondo pre-umano. Quando siamo passati
dalla condizione biologica, pare venti milioni d'anni fa
circa, alla fase dell'homo
sapiens nel processo dell'ominazione
-quando cioè la coscienza si è inarcata sui flussi
fisico-psichici pre-umani e un essere è diventato
cosciente di sé -ha preso avvio la storia nuova, la
storia dell'umanità vera e propria. E l'evoluzione non
è stata più un puro fatto deterministico, ma è
diventata anche prodotto di una decisione, di un impegno
diretto da parte dell' essere vivente: allora ha avuto
inizio la sua fase
culturale, ancora oggi in atto.
Le scelte umane hanno dunque deciso della sopravvivenza
della specie: i documenti sono innumerevoli e se di
questo dovessi parlare, anche pur essendo un dilettante,
avrei cose straordinarie da raccontarmi e raccontarvi.
La mia convinzione è questa: nella fase dell'ominazione,
l'antagonismo della lotta per la vita è stato assunto
(non eliminato, ma assunto)
dentro la disciplina della ragione. L'uomo civile è
un uomo aggressivo, con questa differenza: che
l'aggressività è razionalizzata. Questo uomo ha ragion
d'essere fino a che dei gruppi umani vivono in uno
spazio indefinito, per la cui conquista lottano, e che
non avvertono affidato alla propria responsabilità. La
natura fino ad oggi è stata uno spazio rimesso
all'uomo, una specie di teatro dell'esistenza dell'uomo
storico; ma è venuto il momento nuovo, e già Darwin
nel 1871 lo scriveva, nel suo libro sull'origine
dell'uomo. Quando gli uomini arrivassero a capire che il
pianeta Terra è l'unica loro dimora, allora quei
sentimenti di simpatia che hanno animato la vita interna
di una tribù e poi si sono estesi alla vita di una città
e poi di una nazione, si estenderebbero a tutti gli
abitanti del pianeta, percepito, appunto, come unica
dimora: è la terza fase che sta cominciando, che io
chiamo della planetarizzazione. Noi siamo su questa soglia, per la ragione
spiegata in partenza, perché la nostra abitazione è
questa. Si parla di 'Europa casa comune'. No: è il
Pianeta, la casa comune. Noi, quando sentiamo parlare di
'Europa casa comune' siamo anche presi da una certa
commozione; per 'Pianeta casa comune' abbiamo meno
reazioni emotive, perché sotto sotto abbiamo paura che
sia vero. E se fosse? E se gli abitanti di questa casa
venissero a dirci: "Scusate, dato che siamo una
casa sola, perché i vantaggi sono così malamente
distribuiti?". Allora noi ci difendiamo dalla nuova
prospettiva. Ecco perché ci attacchiamo al paradigma
della civiltà delle razze evolute, distinguiamo le tribù
in primitive e in progredite. Tutto questo ci fa comodo,
perché è su questa visione che si basa il sopruso che
è la nostra grandezza.
Ma siamo alla soglia della planetarizzazione, dobbiamo
sorpassare questa soglia. E questo ha anche un grande
valore pedagogico.
In che senso? Permettete ora, dopo questo excursus
di antropologia fisica, un passaggio nel campo della
psicologia.
Noi siamo il prodotto dello sviluppo descritto prima,
siamo il punto d'arrivo di questo slancio all'interno!
di una cultura data. Ogni uomo vive dentro un cultura:
la cultura è come il secondo utero, l'utero sociale che
ci alleva, che ci dà le categorie prime del pensare,
del giudicare, del sentire. Se io fossi nato in una tribù
dello Zaire non saprei nemmeno dire queste cose, sarei
rimasto dentro quella cultura: lo dico senza disprezzo,
'ma sarei altro da come sono. La nostra identità è
modellata dalla cultura che è una tappa nell'evoluzione
della specie umana, e le culture sono innumerevoli. La
loro funzione è provvidenziale perché esse, le
culture, stabiliscono un vincolo di simpatia, di
solidarietà e di coesione nel gruppo, in modo da
garantirne la sopravvivenza, la diffusione e la
prosecuzione. Quindi la cultura è funzionale alla vita,
è una funzione della vita nel senso ampio che il
termine ha nel mio discorso. Anche la vita mentale, non
solo la vita biologica, è vivere:
la cultura provvede a questo.
La cultura ha due caratteri che vorrei evidenziare,
sufficienti a farci capire le reazioni che avvengono
anche nella Croazia oggi o nelle nazioni dell'ex Unione
Sovietica, perché ogni cultura è funzionale
all'affermazione del gruppo, alla propria difesa e alla
propria espansione.
E, vi ricordate quello che ho detto prima, una forma di
aggressività: la cultura porta in sè il principio
dell'aggressività come principio di difesa, porta
il principio dell'antagonismo, la tendenza al dominio,
all'affermazione di sè, fino alla distruzione
dell'altro.
Poi c'è un altro elemento, che io chiamo della
sistemicità: ogni cultura è sistemica. I valori
diversi che una cultura ci fornisce sono tra loro corre
lati in modo sistemico, per cui se ne eliminate uno il
sistema reagisce per restaurarlo; se volete modificare
un aspetto della cultura lasciando intatti gli altri, il
sistema ha la meglio e dopo poco ricompone se stesso.
Francesco d'Assisi, nel Medio Evo, volle modificare un
aspetto dell'esperienza, quello cristiano-religioso. Però
la cultura del suo tempo era terribilmente sistemica,
per cui tutto fiorì, ma finché poi fu tutto
riassorbito; e lui se ne accorse e si ritirò alla Verna
e si immedesimò con il grande fallito, maestro di tutti
quelli che credono, che è Gesù Cristo, il cui
fallimento è salvezza.
Perché è salvezza? Velo dico subito. Gli uomini di
successo sono uomini un po' pericolosi, perché
ratificano la cultura esistente, sono il suo prodotto e
la sua legittimazione. I falliti sono spesso ricchi di
umanità, perché hanno tentato di superare il sistema;
perché dentro di noi non c'è solo la dimensione dataci
dalla cultura, che dobbiamo ringraziare, ma c'è anche l'uomo
nascosto. L'uomo inedito, io lo chiamo: l'uomo
inedito è l'insieme delle possibilità che ognuno di
noi ha in sé e che ha ereditato dalla specie, che tende
a una pienezza. Possibilità che però non hanno trovato
un modo di attuarsi perché non è venuta ancora la loro
primavera, sono come la colomba dell'Arca che non ha, se
vola fuori, dove posare il piede. Noi siamo pieni di
possibilità inattuate, è la parte che ci fa soffrire,
di cui vorremmo mutilarci, liberandocene. Saremmo però
allora del tutto, come diceva Marcuse, a una dimensione,
la dimensione della cultura esistente. Giocheremmo il
gioco della vita con le carte che abbiamo, senza troppi
scrupoli: ma come possiamo abbandonare ciò che in noi
è il meglio? E l'insieme di queste possibilità, l'uomo
nascosto: il quale è inedito con la tendenza a
diventare edito, a realizzarsi, quando se ne
verificassero le condizioni.
Noi aspettiamo la nostra vera patria, trasferendo in un
codice laico certe stupende parole bibliche. E una
patria futura, quella in cui ci sarà coincidenza tra
uomo inedito e uomo edito; o, per usare il famoso
linguaggio di Hegel o di Marx, quando l'essenza diventerà
esistenza, perché nell'uomo l'essenza non è
l'esistenza, l'essenza è più che l'esistenza concreta
e reale.
Questo concetto, per me, nell'educazione è
fondamentale.
Un educatore nella sua azione può scegliere due vie.
Può impegnarsi a ribadire il modello dell'uomo edito,
propagare i principi della cultura corrente: "E cosÌ
che si fa, questo è giusto, questo è ingiusto, questo
è vero, questo è falso". Una cultura data ha le
tavole di queste distinzioni; ecco perché un educatore
'che va' è quello che, diremo così, ripete i luoghi
comuni, e se lo fa con convinzione è più efficace; e
magari tanto più si rappresenta come testimone, quanto
più veramente realizza in sé le condizioni della
cultura corrente. Questa è la cultura edita, che è a
disposizione dei mass media; i mezzi di comunicazione
campano di questo, ci trasmettono questa cultura, questi
modelli di vita, e sappiamo con quanta efficacia. E la
cultura dei divi: persone che per la mia percezione sono
mostruose, che però hanno un gradimento enorme, perché
sono il condensato della cultura edita, legittimano le
aspirazioni correnti, quelle che hanno successo.
Ma esiste un'altra via: quando l'educatore guarda l'uomo
inedito, e tenta di portare un ragazzo a scoprire le
possibilità che ha in sé e che non si sono attuate e
che forse non si attueranno, ma assecondando le quali
troverà la sua vera dimensione umana. La mia dimensione
umana la ritrovo quando mi specchio nel possibile che è
in me e mi impegno non ad ottenere quel che posso nei
confini della cultura cui appartengo, in questa Chiesa,
in questa teologia, in questi sistemi che sono il mio
mondo e dai quali comunque non voglio andar via, ma a
cercare un'altra città e un'altra Chiesa e un altro
Dio. Perché anche Dio nella cultura corrente è una
cifra edita, anche Cristo è omologato, come il
crocefisso nei tribunali sopra la scritta "La Legge
è uguale per tutti", e un disgraziato che ascolta
il giudizio guarda il Cristo senza nemmeno ricordarsi
che il poveretto fu condannato; e Cristo diventa una
funzione di ratifica del sistema, anche lui mette il
bollo su ciò che viene fatto. Ma Cristo appartiene
all'orizzonte dell'uomo inedito. Quando io come credente
voglio sapere come potrà essere l'uomo quando sarà
totalmente liberato; io, se guardo al Cristo, alla Sua
parola "Beati i miti, i puri di cuore, i
pacifici...", mi sento subito esaltato. La profezia
evangelica è una legittimazione dell'uomo inedito,
perché l'unico linguaggio che mi è conforme è quello
che si rivolge alle possibilità che sono impossibilità
per la cultura esistente, ma sono possibilità
dell'uomo, una possibilità proiettata sul futuro.
Allora, cosa fa l'educatore? Deve scegliere. Certo, se
uno punta sull'uomo inedito dopo poco perde il posto.
Socrate bevve la cicuta, ma ora non voglio affatto
esortare al fallimento: però vorrei far capire che la
dialettica non dobbiamo solo viverla esteriormente. No,
è dentro di noi, perché è dentro di noi che questo
conflitto si svolge.
Noi dovremmo comunicare ai ragazzi questa nostra stessa
sofferenza: da una parte il rispetto delle regole
vigenti, ma con la coscienza della loro relatività e
con l'attesa che qualcosa cambi; e quindi suggerire un
occhio di simpatia per tutto ciò che è diverso, perché
la cultura rende intransigenti, crea impulsi espulsivi.
lo, che vivo continuamente vicende di etnocentrismo e di
razzismo più o meno implicito, sento che tutto questo
è dovuto alla cultura. Noi abbiamo assolutizzato modi
di essere che sono del tutto relativi a una cultura come
la nostra, che occupa gran parte del mondo; la tribù
bianca occidentale è una tribù che ha una sua cultura,
nella quale ammazzare un nemico porta onore. Anzi, in
realtà gli eroi sono quelli che hanno ammazzato, cosa
che ad altre tribù della terra non piace. Mi viene in
mente quanto raccontava una che vive in una tribù del
Guatemala, Rigoberta Menchù, che è anche cristiana fra
l'altro, ma è una guerrigliera; dice: "A noi, i
nostri padri nella riunioni clandestine che ancora
fanno, dicono: sono i bianchi che sono venuti ad
insegnarci ad ammazzare; sono i bianchi cristiani, i
nostri padri non ammazzavano".
Noi abbiamo diffuso delle regole come se fossero dovute
alla ragione, abbiamo insegnato come è possibile
ammazzare secondo ragione e ci sembra del tutto ovvio e
secondo ragione che uno sia condannato a morte o che ci
siano gli ergastoli. In realtà questa è una razionalità
storicamente provvisoria della nostra tribù,
oltrettutto piena di contraddizioni.
Tanto per sfiorare un tema all' ordine del giorno,
mentre la nostra costituzione afferma che il carcere
esiste per riabilitare, in realtà la nostra tribù sa
che il suo vero scopo è di distruggere; perché che il
carcere oggi abiliti uno è assurdo, è fatto apposta
per distruggerlo, per corromperlo in tutti i sensi.
Non voglio suggerire un pensiero che tolga legittimità
alla cultura vigente, ma che ne delimiti i valori
provvisori e tenga l'animo disposto al suo superamento.
Perché la cultura vigente porta con sè un elemento
pre-umano, secondo lo schema evolutivo che vi ho
tracciato prima, anteriore alla soglia della
planetarizzazione, un elemento che risale al tempo in
cui l'antagonismo era funzionale alla vita del gruppo.
Nella fase planetaria, l'antagonismo è invece mortale.
Ora lo sappiamo.
È chiaro che quando si dice che la guerra non è più
accettabile -lo dice la "Pacem in terris", lo
diceva la Carta delle Nazioni Unite- si fa una
constatazione non per giudicare le guerre del passato,
ma per dire che, nella nuova soglia in cui siamo
arrivati, la guerra è distruttiva dell'umanità intera,
è un suicidio del genere umano.
Relativizziamo le eredità culturali, collochiamo ogni
eredità nel suo tempo e attribuiamoci il compito di far
venire alla luce, finalmente, ciò che nell'uomo inedito
è sempre stato presente. Di qui nasce la mia passione
per i maestri inascoltati, per i grandi maestri del
passato che hanno già anticipato questa situazione e
che sono stati scartati. Di qui la commozione con cui ho
ripensato alla vita di Francesco d'Assisi e ho scritto
il libro per studiare in lui la possibilità
impossibile, che diventa possibile oggi. Per cui
Francesco d'Assisi è molto più contemporaneo di
Napoleone, il quale appartiene all' età dei trogloditi,
del grande che ammazza e vince: schema vecchio come la
storia della specie.
Un essere umano che afferma che non si vince
distruggendo l'altro, ma convertendo il lupo di Gubbio
fino a farne un amico, questo è straordinario,
ditevelo, almeno dentro di voi, se c'è un po' di uomo
inedito rimasto vivo, c'è la commozione di dire:
"Sarebbe bello davvero se potessimo trasformare un
avversario in un amico". Ci sono maestri che
l'hanno detto, come Ghandi nel nostro secolo: la non
violenza, intesa non come una virtù bella certo, ma
non per questo mondo, ma come l'unico modo realistico di
affrontare i problemi nell'età planetaria. Dentro di
noi l'uomo inedito aspetta questi nuovi modi. Questo è
il punto essenziale.
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