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saggi di Costruire Comunità

Pianeta Terra, casa comune
tracce per una pedagogia dell'uomo planetario

di P. Ernesto Balducci

1. Pianeta Terra, casa comune

Il tema che mi è stato affidato è, almeno nella sua generalità, ogni anno lo stesso e ogni anno nuovo, perché richiede di anno in anno di essere ripensato, ristrutturato e riletto con riferimento ai nuovi dati emergenti dall'esperienza sociale, politica e culturale che stiamo facendo. Quest'anno, poi, questi giorni anche, hanno dato alla trasformazione del quadro di riferimento una accelerazione da mozzare il fiato, e allo sguardo più acuto il senso della dissolvenza: i punti di riferimento stanno scomponendosi sotto i nostri occhi a livello dell'assetto politico internazionale.
Però non è in maniera diretta di questo che io devo parlarvi. Anche le vicende di questi ultimi giorni (1) sono lì a dimostrarci che ormai il pianeta Terra è sempre più la città dell'uomo, indivisibile, senza muri. Naturalmente ci sono ancora molti muri; la caduta di quello di Berlino non è che la caduta di un muro, tutto sommato sempre meno significativo. In questo ultimo scorcio di tempo esistono altri grandi muri che saranno quelli destinati a rendere drammatici gli anni che verranno; e penso soprattutto alla grande muraglia Nord-Sud.
Parto da una semplice osservazione, che vale a darvi il mio stato d'animo in questo momento: da una parte le vicende che hanno colpito l'Unione Sovietica non possono non coinvolgerci e non darci l'impressione che si stia modificando un sistema che sembrava ibernato per sempre; però dall'altra non devo dimenticarmi che questa storia di cui sono pieni i giornali e i mass media riguarda in maniera diretta solo un miliardo dei sei miliardi di abitanti della terra. Gli altri cinque miliardi che pensano, che valore danno a quello che accade a Mosca? Per i campesinos del Brasile, per i poveri negri delle tribù africane, per le grandi masse dell' Asia, che senso ha? E davvero così importante o è una disputa interna al mondo privilegiato, a quella porzione di umanità che ha di fatto la gestione della storia?
Noi rischiamo spesso di rimanere senza spirito critico, succubi dell'ottica dell'egemonia del Nord nei confronti del Sud, e di dare valore storico solo ai fatti che toccano questa porzione, lasciando nella irrilevanza tutto quello che avviene al di fuori.
Noi abbiamo onorato certo i due o tre morti di Piazza del Maneggio, a Mosca, la grande manifestazione di quella città ci ha coinvolti. Ma chi mai onorerà tutti i morti del Terzo Mondo, le povere vittime anonime che sono in ogni angolo di quelle città?
Nessuno se ne cura. C'è evidentemente - ma questo lo diremo in maniera più precisa al momento giusto- una rappresentazione della realtà che è funzionale alla nostra posizione egemonica; e una presa di coscienza che l'intero pianeta è la città dell'uomo non può non rimettere in questione questa rappresentazione, che anche la scuola ha fatto propria. Anche la scuola vive discriminando gli avvenimenti storici da quelli che non lo sono; ma questa discriminazione non rispecchia l'effettiva consistenza dei fatti, quanto un'organizzazione degli interessi.
Ci riflettevo nel seguire le trasmissioni in diretta da Mosca, e le vicende dei giovani di Piazza Tienanmen, quando la piazza di Pechino era nel nostro salotto, e abbiamo visto succedervi cose straordinarie. Noi magari, siccome queste cose avvengono giorno dopo giorno, non avvertiamo lo stacco dal passato; ma i mass media hanno ristretto gli spazi a tal punto che noi abbiamo abitato, non da osservatori curiosi, ma da cittadini del mondo, in tutte quelle piazze. Noi abbiamo abitato nella piazza di Pechino, in quella di Varsavia, di Berlino e di Budapest; e poi in quella di Mosca che sembrava invece dominata da un'immobile nebbia, in cui si pensava che non si sarebbe mosso mai nulla.
È la città-pianeta, che ha molte piazze, in cui ogni abitante si ritrova a casa sua perché di fatto il destino del mondo è sempre più unitario; e il sistema delle interdipendenze, di cui i mass media sono il veicolo, il tessuto connettivo e lo specchio, stringe sempre di più popolo a popolo, uomo a uomo, per cui la percezione che abbiamo quando ci liberiamo dai diaframmi di autodifesa è che siamo davvero una sola città, abbiamo un comune destino.
Gli squilibri ecologici, ad esempio, costituiscono un segno perentorio di questa unicità, un segno inesorabile e certo, come tutti i fatti fisici. Il buco di ozono e l'effetto serra, tanto per rifarmi ai luoghi comuni del discorso catastrofico, stanno lì a dirci che il destino del genere umano è uno solo, dentro questa mirabile nicchia insediata inesplicabilmente nel bordo interno di una spirale di una galassia fra miliardi di galassie. Questa nicchia ecologica, che è la biosfera, è compromessa da ciò che avviene dentro di essa, dal prodotto più alto del poema misterioso della vita che si è insediata in questo infinitesimo spazio del cosmo: dall'uomo. L'uomo sta minacciando il proprio involucro vitale.
Questo è un sentimento di fondo, privilegio amaro della nostra generazione, se noi abbiamo acquistato coscienza dell'entropia, che ha una sua inesorabile forza, che chiude dentro la propria parabola tutte le prospettive del futuro dell'uomo. Noi sappiamo: il sole avrà quattro miliardi di anni ancora di combustione, sei al massimo, ma tutto è rinchiuso dentro questa condizione: l'energia che abbiamo a disposizione è esauribile, non si rinnova se non parzialmente, quindi la sua parabola è in declino.
Se in tutte le vecchie rappresentazioni che ci facevamo un tempo, quando all'università dominava una cultura crociana e storicistica, il futuro era lo spazio della Storia con la "S" maiuscola, una Storia che andava avanti all'infinito, oggi queste visioni sono già spezzate in forza di una osservazione empirica.
No, non è affatto vero che abbiamo davanti un futuro infinito: il futuro è finito ed è proporzionato alle energie che abbiamo a disposizione, quelle stesse che noi sperperiamo in maniera sconsiderata. E una presa di coscienza importante che ci restituisce ad una umiltà creaturale e al senso della precarietà dell'esserci; ci libera dalla retorica della cultura del passato e ci mette nelle condizioni così stupendamente rappresentate dal Leopardi ne 'La ginestra', innanzi all' arido vero, alla verità del dato di fatto. Questa è una metamorfosi di coscienza che dobbiamo fare liberandoci dalle enfiagioni retoriche in cui consiste per lo più il nostro umanesimo letterario.
Ora, quello che ci dovrebbe preoccupare come uomini di scuola è che alla constatazione dell'unità oggettiva del destino dell'uomo, dovuta a ragioni strutturali incontestabili, non corrisponde - per usare una parola nobile - una paideia proporzionata.
Se noi studiamo la pedagogia del passato, ci accorgiamo che ogni società ha dato espressione di sè nel proprio progetto educativo, comunque esso si sia poi realizzato. L'antica Grecia aveva nell'Iliade il proprio modello pedagogico, per cui la memoria epica creava l'ethos dell'uomo greco e gli eroi erano appunto i modelli di umanità da realizzare; e anche Roma ha avuto la sua grande pedagogia, e così la cristianità medioevale con i suoi modelli di umanità, e anche la storia borghese con i suoi valori nazionali, con l'esaltazione della patria e dell'eroe che la difende. (Nella scuola abbiamo bevuto questi valori; io che sono cresciuto in una scuola fascista, da piccolo, anche se me ne sono liberato con furia abbastanza presto, ho dovuto subire il contagio di un'educazione nazionalistica, in cui gli eroi della guerra d'indipendenza prendevano il posto dei santini dell'immaginazione bigotta: siamo stati educati nell'amore per la patria, al sentimento che la guerra è salute dei popoli e via via...).
Questi sentimenti hanno caratterizzato la scuola del passato con maggiore o minor intensità; però si deve dire che quella pedagogia rispondeva alle strutture esistenti nel mondo, alla percezione che si aveva di esso. Pensiamo, ad esempio, a tutto ciò che la scienza ha detto sull'origine dell'uomo col darwinismo; pensiamo a quel darwinismo sociale che arrivava a legittimare il primato di una razza sull'altra, e che giungeva ad inserire anche nei rapporti conflittuali tra i popoli il principio della lotta per la vita, e aveva così convalidato l'idea del popolo eletto, delle razze elette, e così via. (Parlava di 'razze umane', fra l'altro, in deroga alla serietà scientifica, che non ammette l'uso del plurale della parola 'razza' quando si parla dell'uomo, che è una sola razza perché non ci sono razze umane, ma sottospecie di una sola specie che è l'uomo).
C'era dunque corrispondenza fra visione scientifica della realtà e visione pedagogica: che in questa osmosi fra i due momenti ci fosse poi una spinta di tipo ideologico è vero, però c'era una omogeneità.
Noi oggi ci troviamo con una visione della realtà sempre più lucida, sempre più diffusa attraverso i mass media: siamo la generazione che ha visto la Terra dalla Luna, abbiamo assistito nel '69 a questo spettacolo incredibile che ha creato sicuramente qualche trauma nella psiche collettiva. Questa Madre Terra, mitizzata dalle antiche culture, era un oggetto posto dinnanzi a noi attraverso il prolungamento tecnologico dell'occhio, una sfera nello spazio, dunque un qualcosa di limitato. Ed è stato come il rompersi di un vincolo sacro. Certo, dovremo ritrovare una sacralità della Terra, ma a partire dalla percezione della sua fragilità. Essa non è più la madre che ci ha avvolti e ci rassicura, ma è creatura anch'essa rimessa alle nostre mani: ed è un cambiamento fondamentale, questo, tra il senso della natura arcaico e quello postmoderno.
Ora noi, specie nella scuola, stiamo constatando la mancanza di una paideia, di un progetto rispondente a queste scoperte dell'uomo. E un vuoto che viene poi riempito indebitamente da altre fonti di formazione, e il ragazzo cresce dentro infiniti impulsi educativi incontrollabili, di cui la scuola stessa, a volte, è soltanto a rimorchio. Però la scuola, prendendo coscienza delle proprie responsabilità, dovrebbe interrogarsi se secondo le sue misure e le sue forze non possa mettere in moto la nuova paideia necessaria.
Il principio di questa nuova paideia, se toccasse a me adesso elaborarla (ma io ho proprio in mente di lavorare nei prossimi mesi per scrivere un libro dal titolo 'L'uomo europeo, proposta pedagogica'), sta nella ricerca del 'nuovo uomo europeo'. Non penso, beninteso, al figlio di Cristoforo Colombo cui faremo il processo l'anno venturo, che andò oltre l'Atlantico per portare il battesimo e importare l'oro (e così è rimasto, basta sostituire l'ideologia al battesimo. E allora scopriamo che ancora oggi si esporta civiltà e si importano le ricchezze che ci hanno resi sfruttatori del mondo). Penso invece al figlio di un'Europa nuova, che sono convinto abbia ancora un compito storico: quello di esercitare un'egemonia. Nel senso gramsciano del termine, però: non in un rapporto di dominio coatto, ma in un rapporto di animazione e di lievitazione planetaria. L'uomo europeo ha una ricchezza che lo abilita a questo e che lo può rendere insieme artefice e prodotto di questa nuova paideia, il cui principio desumo dalla semplice grande frase di Einstein, nel '55, quando nel suo manifesto diceva: "Uomini, pensate alla vostra' comune appartenenza al genere umano e dimenticate tutto il resto".
Il valore e il dato da cui partire per prendere coscienza dei problemi del tempo è dunque l'appartenenza non alla razza bianca o al mondo europeo, ma al genere umano. Questa è un'idea semplice, che può sembrare ovvia, ma le sue implicazioni sono rivoluzionarie. lo non posso e non voglio, qui, come faceva Agnes Heller -a mio parere senza fondamento- accusare Einstein di 'umanesimo biologico', perché l'appartenenza al genere umano è veramente un dato biologico e come tale va rispettato, anche se trasformato da dato biologico a dato di responsabilità etica. Ma siccome, come diremo al momento giusto, il genere umano che ha coscienza di sé ha coscienza di essere interno alla biosfera, e può avere premura per sé solo se ha premura per la biosfera, in questo principio ritrovo anche una dimensione ecologica.
Cominciare a pensare come membro del genere umano significa rimettere in sospensione, per parlare alla Husserl, tutto il resto: che io sia bianco, europeo, cattolico è molto importante, ma lo metto fra parentesi, per trovare un valore fondante corrispettivo alle dimensioni che ho prima evocato della città unica, del pianeta-città unica. Quindi, se questo è vero, è facile constatare che i livelli culturali oggi dominanti sono molto al di sotto di questo. lo ho vissuto anche con travaglio morale le vicende di quest'ultimo anno (2), dall'agosto scorso a oggi, quelle che riguardano il Golfo Persico; perché ho avuto innumerevoli segnali che il paradigma di lettura di quella situazione era un paradigma razzistico (uso il termine paradigma nel senso con cui lo usa la filosofia della scienza di oggi; cioè come quel giudizio presupposto latente, a partire dal quale io mi faccio una rappresentazione delle cose, con la convinzione di essere oggettivo, senza avvertire che in realtà la mia oggettività è condizionata dal paradigma stesso).
'Paradigma razzistico' che non è teorizzazione razzistica, Dio ce ne guardi. Il paradigma razzistico è un condizionamento pre-razionale che influenza la ragione, per cui abbiamo affrontato un confronto col Terzo Mondo, col Sud, in maniera catastrofica, producendo effetti che avranno ripercussioni lunghe nei rapporti Nord e Sud.
Dunque, la cultura nostra -di noi del mondo del privilegio- è troppo al di sotto del principio della nuova paideia che ho annunciato prima. Non riusciamo a pensare come membri del genere umano, anche se per un altro verso è proprio la cultura nostra, quella occidentale, europea (sono termini scambiabili), che ha prodotto quanto di più grande abbia l'umanità d'oggi: la Carta dell'ONU, la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del' 48, tutte le convenzioni internazionali basate sui diritti umani. (Per inciso, è utile ricordare che questa non è una cultura univocamente volta al dominio e all'uso della forza; è una cultura ambivalente, intrinsecamente dialettica, che ha un aspetto altamente positivo. Però nella cultura dominante è la visione occidentale quella che condiziona le decisioni e i comportamenti. C'è un paradigma etnocentrico che impedisce la percezione della reale importanza dei diritti umani e del diritto internazionale, che vengono affermati con astratta universalità, ma vengono usati con pregiudizio ideologico; per cui noi avvertiamo l'esistenza del diritto internazionale quando la sua violazione offende i nostri interessi, mentre quando non offende i nostri interessi ogni violazione è permessa: la storia è lì a dircelo.).
Noi dobbiamo modificare la coscienza. E il compito della scuola -pur senza darle compiti, diremo così, di ordine metafisico, ma tenendola immanente alle sue ragioni storiche- è di stabilire un raccordo efficace fra condizione oggettiva dell'uomo e percezione soggettiva. Ora c'è come uno iato fra condizione effettiva e percezione: tra le due dobbiamo stabilire un raccordo, questo è il compito che abbiamo.
Permettetemi allora un breve excursus, utilizzando quello che la scienza ci dice al riguardo, delle tappe che l'uomo ha percorso per giungere a questa soglia, che è la soglia della planetarizzazione.
Noi siamo, in termini proprio evolutivi, alla soglia della planetarizzazione della specie; qualcuno dice della mondialità, ma io uso questo termine -planetarizzazione- per rendere trasparente il dato oggettivo della nuova dimensione, che è appunto il pianeta Terra vissuto come spazio comune, come unica città dell'uomo. È una dimensione, dunque, che implica un mutamento antropologico. Quali sono le tappe di questo mutamento?
Chi conosce, sia pure da dilettante, la storia della nostra specie, riconosce che la nuova scuola deve passare ad un umanesimo etnologico, lasciando quell'umanesimo letterario di cui tutti siamo abbeverati (specie un Fiorentino come me, che si muove sempre in mezzo alle ombre dei grandi umanisti. Io, poi, abito addirittura nella casa dove, precisamente cinquecento anni fa, Pico della Mirandola passò due mesi, avendo appena proclamato il "De dignitate hominis", il grande manifesto dell'umanesimo in cui l'uomo moderno si è sempre riconosciuto).
Passare dall'umanesimo letterario all'umanesimo etnologico, come dice Ernesto De Martino (la frase mi piace), è dunque il nostro compito. Quindi non tanto conoscere i testi dei Greci e dei Latini, che Dio li abbia in gloria; ma conoscere i documenti del grande cammino dell'uomo, della nostra specie. Anche i relitti fossili sono eloquenti: commuovono perché ci fanno capire che la vita su questo pianeta è un'avventura ammirabile, ma precaria; che c'è, ma poteva non esserci, che ha superato in maniera inesplicabile molti bivi tra continuità e distruzione: noi abbiamo alle nostre spalle ecatombi di specie viventi. La vita si è mossa lungo un crinale di incertezze e saperlo significa averne cura, avere questa specie di pietas profonda, nel senso classico della parola, per un fiore che c'è e potrebbe non esistere, per l'animale che incontriamo, perché la vita è un esito meraviglioso, ma precario. Questa lezione dell'umanesimo etnologico è più importante che tutti i testi greci e latini. Fra l'altro - chissà quante volte l'avete verificato anche voi durante lo studio scolastico- una grande svolta culturale è già avvenuta, ed è quella che ci ha liberati dal Medio Evo; perché l'uomo nel 1400-1500, in base alle nuove attività commerciali ed artigianali, aveva bisogno di dare un senso alla vita non nel monastero o nel feudo, ma nella città. L'uomo era diventato civis, ma alla nuova etica adatta all'uomo cittadino il Medio Evo non sapeva dire gran che, perché il suo modello era il monaco che viveva solo; e allora ci fu un ritorno ai Greci e ai Romani, un ritorno che fu suggerito dal bisogno di dare una risposta vitale e di trovare un'esemplarità per la nuova condizione dell'uomo. Ma la nostra città è il pianeta, oggi. I Greci e i Romani non hanno granché da dirci, occorre risalire molto più lontano.
Per esempio, se mi è permesso abbandonarmi a questi piccoli romanticismi, io quando vedo il volto di un Indio sono preso da una commozione profonda (fra l'altro, ho avuto l'avventura che un mio nipote ha adottato un bambino appena nato in Perù, e proprio ieri lo avevo tra le braccia, questo bambino che adesso ha cinque anni, che ha proprio la faccia da Indio...). Il fascino che provo credo sia dovuto anche a delle sofisticazioni culturali, perché gli lndios che Cristoforo Colombo in quel dicembre 1492 incontrò nell'isola di Haiti erano, l'etnologia lo dice, una ramificazione della specie homo sapiens dislocatasi dall'Asia nel continente oggi detto America circa trenta, quaranta mila anni fa, durante una glaciazione, e poi rimasta isolata prima che avvenisse la rivoluzione neolitica che è all'origine della nostra civiltà. E quindi quegli lndios siamo noi prima della rivoluzione neolitica, con quello di arcano e di stupendo che abbiamo perduto in questa rivoluzione, che ci ha dato altri valori, ma ce ne ha fatti perdere molti altri che solo ora stiamo riscoprendo. La cultura india è come un'anfora chiusa: se la aprite ci sono profumi arcani, che ci appartengono. Ma l'uomo europeo non seppe riconoscere nel fratello Indio se stesso e la propria storia, e anzi nel dibattito se quelli fossero uomini o no, prevalse la tesi che non lo fossero: chi non ci rassomiglia non è uomo; questa è la nostra sentenza, anche ad alti livelli, e potrei citare molti nomi illustri e spregiudicati che lo hanno sostenuto fino ai tempi nostri.
Chi non è come noi non è pienamente uomo! lo quando trovo l'uomo che non è come noi sento una commozione, perché trovo la mia identità non già finita, passata, ma una possibilità ancora proposta a me, perché la nostra umanità è chiamata oggi a dilatarsi riconoscendosi nelle diversità disseminate sulla terra; altrimenti diventeremo sempre più razzisti, avremo faccia dura e piglio aggressivo, come abbiamo dimostrato recentemente.
Le fasi della transizione che ci ha condotti a questa soglia sono tre, io credo. Chiamerei la prima la fase biologica, governata dalla lotta per la vita. L'antagonismo è, come sappiamo, nella natura, una legge: interessarsi del mondo degli animali è anche scoprire la terribile legge della lotta per la vita, "la tua morte è la mia vita". Ma una più profonda conoscenza di quel mondo ci fa capire che c'è anche un'altra legge: è quella della compenetrazione, della collaborazione, della complementarietà tra specie e specie. Non è vero che il regno della morte domina nel mondo della natura; c'è in essa una sapienza vitale per cui scopriamo che quell'insetto è utile a quell'animale, il quale è utile a sua volta. C'è una catena di interdipendenze meravigliosa, che ci fa capire che la natura non è solo competizione e distruzione, ma è anche costruzione comune: ecco l'altro aspetto recondito del mondo pre-umano. Quando siamo passati dalla condizione biologica, pare venti milioni d'anni fa circa, alla fase dell'homo sapiens nel processo dell'ominazione -quando cioè la coscienza si è inarcata sui flussi fisico-psichici pre-umani e un essere è diventato cosciente di sé -ha preso avvio la storia nuova, la storia dell'umanità vera e propria. E l'evoluzione non è stata più un puro fatto deterministico, ma è diventata anche prodotto di una decisione, di un impegno diretto da parte dell' essere vivente: allora ha avuto inizio la sua fase culturale, ancora oggi in atto.
Le scelte umane hanno dunque deciso della sopravvivenza della specie: i documenti sono innumerevoli e se di questo dovessi parlare, anche pur essendo un dilettante, avrei cose straordinarie da raccontarmi e raccontarvi.
La mia convinzione è questa: nella fase dell'ominazione, l'antagonismo della lotta per la vita è stato assunto (non eliminato, ma assunto) dentro la disciplina della ragione. L'uomo civile è un uomo aggressivo, con questa differenza: che l'aggressività è razionalizzata. Questo uomo ha ragion d'essere fino a che dei gruppi umani vivono in uno spazio indefinito, per la cui conquista lottano, e che non avvertono affidato alla propria responsabilità. La natura fino ad oggi è stata uno spazio rimesso all'uomo, una specie di teatro dell'esistenza dell'uomo storico; ma è venuto il momento nuovo, e già Darwin nel 1871 lo scriveva, nel suo libro sull'origine dell'uomo. Quando gli uomini arrivassero a capire che il pianeta Terra è l'unica loro dimora, allora quei sentimenti di simpatia che hanno animato la vita interna di una tribù e poi si sono estesi alla vita di una città e poi di una nazione, si estenderebbero a tutti gli abitanti del pianeta, percepito, appunto, come unica dimora: è la terza fase che sta cominciando, che io chiamo della planetarizzazione. Noi siamo su questa soglia, per la ragione spiegata in partenza, perché la nostra abitazione è questa. Si parla di 'Europa casa comune'. No: è il Pianeta, la casa comune. Noi, quando sentiamo parlare di 'Europa casa comune' siamo anche presi da una certa commozione; per 'Pianeta casa comune' abbiamo meno reazioni emotive, perché sotto sotto abbiamo paura che sia vero. E se fosse? E se gli abitanti di questa casa venissero a dirci: "Scusate, dato che siamo una casa sola, perché i vantaggi sono così malamente distribuiti?". Allora noi ci difendiamo dalla nuova prospettiva. Ecco perché ci attacchiamo al paradigma della civiltà delle razze evolute, distinguiamo le tribù in primitive e in progredite. Tutto questo ci fa comodo, perché è su questa visione che si basa il sopruso che è la nostra grandezza.
Ma siamo alla soglia della planetarizzazione, dobbiamo sorpassare questa soglia. E questo ha anche un grande valore pedagogico.
In che senso? Permettete ora, dopo questo excursus di antropologia fisica, un passaggio nel campo della psicologia.
Noi siamo il prodotto dello sviluppo descritto prima, siamo il punto d'arrivo di questo slancio all'interno! di una cultura data. Ogni uomo vive dentro un cultura: la cultura è come il secondo utero, l'utero sociale che ci alleva, che ci dà le categorie prime del pensare, del giudicare, del sentire. Se io fossi nato in una tribù dello Zaire non saprei nemmeno dire queste cose, sarei rimasto dentro quella cultura: lo dico senza disprezzo, 'ma sarei altro da come sono. La nostra identità è modellata dalla cultura che è una tappa nell'evoluzione della specie umana, e le culture sono innumerevoli. La loro funzione è provvidenziale perché esse, le culture, stabiliscono un vincolo di simpatia, di solidarietà e di coesione nel gruppo, in modo da garantirne la sopravvivenza, la diffusione e la prosecuzione. Quindi la cultura è funzionale alla vita, è una funzione della vita nel senso ampio che il termine ha nel mio discorso. Anche la vita mentale, non solo la vita biologica, è vivere: la cultura provvede a questo.
La cultura ha due caratteri che vorrei evidenziare, sufficienti a farci capire le reazioni che avvengono anche nella Croazia oggi o nelle nazioni dell'ex Unione Sovietica, perché ogni cultura è funzionale all'affermazione del gruppo, alla propria difesa e alla propria espansione.
E, vi ricordate quello che ho detto prima, una forma di aggressività: la cultura porta in sè il principio dell'aggressività come principio di difesa, porta il principio dell'antagonismo, la tendenza al dominio, all'affermazione di sè, fino alla distruzione dell'altro.
Poi c'è un altro elemento, che io chiamo della sistemicità: ogni cultura è sistemica. I valori diversi che una cultura ci fornisce sono tra loro corre lati in modo sistemico, per cui se ne eliminate uno il sistema reagisce per restaurarlo; se volete modificare un aspetto della cultura lasciando intatti gli altri, il sistema ha la meglio e dopo poco ricompone se stesso.
Francesco d'Assisi, nel Medio Evo, volle modificare un aspetto dell'esperienza, quello cristiano-religioso. Però la cultura del suo tempo era terribilmente sistemica, per cui tutto fiorì, ma finché poi fu tutto riassorbito; e lui se ne accorse e si ritirò alla Verna e si immedesimò con il grande fallito, maestro di tutti quelli che credono, che è Gesù Cristo, il cui fallimento è salvezza.
Perché è salvezza? Velo dico subito. Gli uomini di successo sono uomini un po' pericolosi, perché ratificano la cultura esistente, sono il suo prodotto e la sua legittimazione. I falliti sono spesso ricchi di umanità, perché hanno tentato di superare il sistema; perché dentro di noi non c'è solo la dimensione dataci dalla cultura, che dobbiamo ringraziare, ma c'è anche l'uomo nascosto. L'uomo inedito, io lo chiamo: l'uomo inedito è l'insieme delle possibilità che ognuno di noi ha in sé e che ha ereditato dalla specie, che tende a una pienezza. Possibilità che però non hanno trovato un modo di attuarsi perché non è venuta ancora la loro primavera, sono come la colomba dell'Arca che non ha, se vola fuori, dove posare il piede. Noi siamo pieni di possibilità inattuate, è la parte che ci fa soffrire, di cui vorremmo mutilarci, liberandocene. Saremmo però allora del tutto, come diceva Marcuse, a una dimensione, la dimensione della cultura esistente. Giocheremmo il gioco della vita con le carte che abbiamo, senza troppi scrupoli: ma come possiamo abbandonare ciò che in noi è il meglio? E l'insieme di queste possibilità, l'uomo nascosto: il quale è inedito con la tendenza a diventare edito, a realizzarsi, quando se ne verificassero le condizioni.
Noi aspettiamo la nostra vera patria, trasferendo in un codice laico certe stupende parole bibliche. E una patria futura, quella in cui ci sarà coincidenza tra uomo inedito e uomo edito; o, per usare il famoso linguaggio di Hegel o di Marx, quando l'essenza diventerà esistenza, perché nell'uomo l'essenza non è l'esistenza, l'essenza è più che l'esistenza concreta e reale.
Questo concetto, per me, nell'educazione è fondamentale.
Un educatore nella sua azione può scegliere due vie.
Può impegnarsi a ribadire il modello dell'uomo edito, propagare i principi della cultura corrente: "E cosÌ che si fa, questo è giusto, questo è ingiusto, questo è vero, questo è falso". Una cultura data ha le tavole di queste distinzioni; ecco perché un educatore 'che va' è quello che, diremo così, ripete i luoghi comuni, e se lo fa con convinzione è più efficace; e magari tanto più si rappresenta come testimone, quanto più veramente realizza in sé le condizioni della cultura corrente. Questa è la cultura edita, che è a disposizione dei mass media; i mezzi di comunicazione campano di questo, ci trasmettono questa cultura, questi modelli di vita, e sappiamo con quanta efficacia. E la cultura dei divi: persone che per la mia percezione sono mostruose, che però hanno un gradimento enorme, perché sono il condensato della cultura edita, legittimano le aspirazioni correnti, quelle che hanno successo.
Ma esiste un'altra via: quando l'educatore guarda l'uomo inedito, e tenta di portare un ragazzo a scoprire le possibilità che ha in sé e che non si sono attuate e che forse non si attueranno, ma assecondando le quali troverà la sua vera dimensione umana. La mia dimensione umana la ritrovo quando mi specchio nel possibile che è in me e mi impegno non ad ottenere quel che posso nei confini della cultura cui appartengo, in questa Chiesa, in questa teologia, in questi sistemi che sono il mio mondo e dai quali comunque non voglio andar via, ma a cercare un'altra città e un'altra Chiesa e un altro Dio. Perché anche Dio nella cultura corrente è una cifra edita, anche Cristo è omologato, come il crocefisso nei tribunali sopra la scritta "La Legge è uguale per tutti", e un disgraziato che ascolta il giudizio guarda il Cristo senza nemmeno ricordarsi che il poveretto fu condannato; e Cristo diventa una funzione di ratifica del sistema, anche lui mette il bollo su ciò che viene fatto. Ma Cristo appartiene all'orizzonte dell'uomo inedito. Quando io come credente voglio sapere come potrà essere l'uomo quando sarà totalmente liberato; io, se guardo al Cristo, alla Sua parola "Beati i miti, i puri di cuore, i pacifici...", mi sento subito esaltato. La profezia evangelica è una legittimazione dell'uomo inedito, perché l'unico linguaggio che mi è conforme è quello che si rivolge alle possibilità che sono impossibilità per la cultura esistente, ma sono possibilità dell'uomo, una possibilità proiettata sul futuro.
Allora, cosa fa l'educatore? Deve scegliere. Certo, se uno punta sull'uomo inedito dopo poco perde il posto. Socrate bevve la cicuta, ma ora non voglio affatto esortare al fallimento: però vorrei far capire che la dialettica non dobbiamo solo viverla esteriormente. No, è dentro di noi, perché è dentro di noi che questo conflitto si svolge.
Noi dovremmo comunicare ai ragazzi questa nostra stessa sofferenza: da una parte il rispetto delle regole vigenti, ma con la coscienza della loro relatività e con l'attesa che qualcosa cambi; e quindi suggerire un occhio di simpatia per tutto ciò che è diverso, perché la cultura rende intransigenti, crea impulsi espulsivi. lo, che vivo continuamente vicende di etnocentrismo e di razzismo più o meno implicito, sento che tutto questo è dovuto alla cultura. Noi abbiamo assolutizzato modi di essere che sono del tutto relativi a una cultura come la nostra, che occupa gran parte del mondo; la tribù bianca occidentale è una tribù che ha una sua cultura, nella quale ammazzare un nemico porta onore. Anzi, in realtà gli eroi sono quelli che hanno ammazzato, cosa che ad altre tribù della terra non piace. Mi viene in mente quanto raccontava una che vive in una tribù del Guatemala, Rigoberta Menchù, che è anche cristiana fra l'altro, ma è una guerrigliera; dice: "A noi, i nostri padri nella riunioni clandestine che ancora fanno, dicono: sono i bianchi che sono venuti ad insegnarci ad ammazzare; sono i bianchi cristiani, i nostri padri non ammazzavano".
Noi abbiamo diffuso delle regole come se fossero dovute alla ragione, abbiamo insegnato come è possibile ammazzare secondo ragione e ci sembra del tutto ovvio e secondo ragione che uno sia condannato a morte o che ci siano gli ergastoli. In realtà questa è una razionalità storicamente provvisoria della nostra tribù, oltrettutto piena di contraddizioni.
Tanto per sfiorare un tema all' ordine del giorno, mentre la nostra costituzione afferma che il carcere esiste per riabilitare, in realtà la nostra tribù sa che il suo vero scopo è di distruggere; perché che il carcere oggi abiliti uno è assurdo, è fatto apposta per distruggerlo, per corromperlo in tutti i sensi.
Non voglio suggerire un pensiero che tolga legittimità alla cultura vigente, ma che ne delimiti i valori provvisori e tenga l'animo disposto al suo superamento. Perché la cultura vigente porta con sè un elemento pre-umano, secondo lo schema evolutivo che vi ho tracciato prima, anteriore alla soglia della planetarizzazione, un elemento che risale al tempo in cui l'antagonismo era funzionale alla vita del gruppo.
Nella fase planetaria, l'antagonismo è invece mortale. Ora lo sappiamo.
È chiaro che quando si dice che la guerra non è più accettabile -lo dice la "Pacem in terris", lo diceva la Carta delle Nazioni Unite- si fa una constatazione non per giudicare le guerre del passato, ma per dire che, nella nuova soglia in cui siamo arrivati, la guerra è distruttiva dell'umanità intera, è un suicidio del genere umano.
Relativizziamo le eredità culturali, collochiamo ogni eredità nel suo tempo e attribuiamoci il compito di far venire alla luce, finalmente, ciò che nell'uomo inedito è sempre stato presente. Di qui nasce la mia passione per i maestri inascoltati, per i grandi maestri del passato che hanno già anticipato questa situazione e che sono stati scartati. Di qui la commozione con cui ho ripensato alla vita di Francesco d'Assisi e ho scritto il libro per studiare in lui la possibilità impossibile, che diventa possibile oggi. Per cui Francesco d'Assisi è molto più contemporaneo di Napoleone, il quale appartiene all' età dei trogloditi, del grande che ammazza e vince: schema vecchio come la storia della specie.
Un essere umano che afferma che non si vince distruggendo l'altro, ma convertendo il lupo di Gubbio fino a farne un amico, questo è straordinario, ditevelo, almeno dentro di voi, se c'è un po' di uomo inedito rimasto vivo, c'è la commozione di dire: "Sarebbe bello davvero se potessimo trasformare un avversario in un amico". Ci sono maestri che l'hanno detto, come Ghandi nel nostro secolo: la non violenza, intesa non come una virtù bella certo, ma non per questo mondo, ma come l'unico modo realistico di affrontare i problemi nell'età planetaria. Dentro di noi l'uomo inedito aspetta questi nuovi modi. Questo è il punto essenziale.

continua ...

capitolo 2

capitolo 3 

 

societaperta.it 2001

la biografia

Articolazione
del saggio

1. Pianeta Terra, casa comune

2. IL ruolo delle religioni

3. Identità - Alterità


"Questo di Candriai, tra gli appuntamenti annuali che ho, rischia di diventare un appuntamento fisso, perché fa appello al mio senso di fedeltà; perché gli organizzatori hanno voluto dare a questo mio contributo il valore di una proposta di fondo, sostanziale, dentro lo sforzo di ripensamento culturale in cui gli insegnanti si trovano qui coinvolti, anno dopo anno...So che nel mio calendario questo appuntamento non può essere cancellato fino a che gli organizzatori non si stancheranno, e fino a che la mia proposta non sarà superata: perché tutte le persone invecchiano, nei confronti di un tempo il cui movimento, come vedete, è sempre più celere...
Così padre Balducci apriva, esattamente un anno fa, la conferenza centrale del Seminario '91 di educazione ambientale a Candriai del Monte Bondone. Non ha fatto in tempo ad invecchiare questa proposta, perché padre Ernesto Balducci ci ha lasciati d'improvviso in una mattina dei giorni di Pasqua del '92, all'età di settant' anni.
Aveva dato molto, padre Balducci, al Trentino; e non solo attraverso i contatti con gruppi, comunità, istituzioni e persone, ma anche attraverso il suo contributo di pensiero ai seminari di studi didattici di Candriai, l'appuntamento annuale che ormai non si sentiva più di cancellare.
Le pagine che seguono sono la trascrizione dell'ultima di quelle conferenze. Le pubblichiamo non solo e non tanto per ricordare un grande collaboratore scomparso, ma come occasione di richiamo alle 'tematiche forti' su cui si fonda la nostra attenzione alle problematiche dell' Ambiente.
Riguardo al testo, riteniamo doverosa un'avvertenza.
Era abitudine di padre Balducci provvedere personalmente alla correzione dei dattiloscritti delle sue conferenze prima della pubblicazione a stampa; questa volta non ha avuto il tempo di farlo, e perciò nel scegliere di pubblicarlo senza la supervisione 'ufficiale', siamo esposti a qualche rischio in più di infedeltà. Sempre, infatti, le trascrizioni da nastro portano difficoltà al redattore, perché col contesto comunicativo muta anche, molto spesso, il senso delle parole; nel caso di Balducci la difficoltà è doppia, perché il suo discorrere è un'alluvione senza argini, come lui stesso lo definiva, difficile da riportare dentro le sponde che pretende la pagina scritta. Accettando il compito della trascrizione, ce ne siamo consapevolmente assunti tutti i rischi. Abbiamo scelto di non tagliare nulla, se non alcune battute incomprensibili fuori dallo stretto contesto della conferenza. Abbiamo voluto mantenere anche gli incisi più strettamente personali e autobiografici, solo mettendoli fra parentesi per consentire al discorso principale di fluire fino alle conclusioni senza disperdersi. Nelle scelte ci siamo lasciati guidare dagli affetti, e anche dall'emozione che si rinnovava riascoltando la calda parlata dell'oratore toscano; il proposito era di salvare quei riferimenti che, a parer nostro, riflettevano la passione della persona, restituendoci qualche segno della sua vitalità. Per le stesse ragioni abbiamo conservato anche i frequenti riferimenti alla religione cristiana; quelli che Balducci, in occasioni analoghe, in parte aveva preferito tagliare perché, diceva, gli scivolavano dentro il discorso quasi contro le sue intenzioni.

introduzione
di Sergio Casetti