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S’intitola
Il paese mancato, ed è il «secondo atto» di quella
che oggi appare una sola ricerca: avviata dall’udinese Guido
Crainz, con la pubblicazione nel 1996 della Storia
del miracolo italiano (ed. Donzelli). Al centro
dell’indagine, lì, erano gli anni del boom
(1958-’63, secondo una periodizzazione consueta): cioè la
più furiosa trasformazione che l’Italia unita abbia mai
attraversato, ove presero a mutare – e spesso a cancellarsi
– secolari modalità di vivere, di produrre e di consumare,
di pensare e di sperare degli italiani. Il paese mancato
è il bel libro che sviluppa i temi e la cronologia di quel
primo lavoro. Ma è anche un’aspra metafora: che vede
nell’Italia del tempo presente il risultato fallimentare di
quella convulsa stagione.
Eppure,
gli esiti non erano predeterminati. Il boom aveva messo
in moto un mulinello vorticoso di tante possibili «Italie»
contraddittorie e divergenti fra loro, dal quale avrebbe
potuto emergere – ipotetico dell’irrealtà – il modello
di un’Italia diversa: «altra», e migliore, rispetto a
quella che quotidianamente abitiamo. Per comprendere le
ragioni dell’insuccesso, allora, è essenziale lo studio
del periodo che dall’estinguersi del boom si dipana
fino all’ultimo scorcio degli anni Settanta: col mesto
«riflusso» dei movimenti sorti dal Sessantotto, l’acme
della violenza terroristica e l’assassinio di Moro, e con
l’inabissarsi di ogni residua speranza di ricambio al
governo. Fino a quella crisi della Repubblica, insomma, che
avrebbe continuato a consumarsi appena dietro l’ottimismo
di superficie degli anni Ottanta. Allora si sollevarono
polverose nubi, infatti, che non hanno smesso di annerire il
nostro cielo. «La catastrofe» è l’evocativo titolo della
sezione che «racconta» quella crisi, e conclude il libro.
Dal
«miracolo economico» agli anni Ottanta, dunque. Sono grosso
modo due decenni, e si tratta di decenni decisivi: è in essi
che prese forma l’identità collettiva del paese. Non
bisogna perdere di vista, per cominciare, il «dato centrale
del nostro “miracolo”» – avverte l’autore (p. 14).
Esso intervenne su un tessuto sociale segnato da spaventose
arretratezze. Sanò ritardi intollerabili, appagando per la
prima volta elementari necessità di igiene e di sussistenza,
e al contempo introdusse consumi e bisogni nuovi. Riversò
sull’Italia, si può dire, un fiume di «modernità» in
piena: che da un lato travolse culture consolidate e assetti
tradizionali, e dall’altro tese ad imporne di inediti. Era
di massima urgenza quindi che il «trapasso» fra vecchi e
nuovi valori, fra vecchie e nuove forme di cittadinanza, fosse
guidato, in qualche modo coordinato. Era fondamentale, in
altri termini, che nei vent’anni seguiti al boom
non si facesse mancare all’Italia un governo di quella
trasformazione.
In
quest’ottica, retrospettivamente, acquista particolare
pregnanza il lustro che viene subito dopo il «miracolo». Una
porzione cruciale della partita si giocò allora, tra ’64
e ’68, a dispetto dell’apparente «inutilità» che
caratterizza la fase (cfr. «L’importanza di “anni
inutili”», p. 31). Nel suo dispiegarsi, infatti, presero
corpo alcuni processi dalle conseguenze assai durevoli, per la
nostra storia recente: il progressivo degenerarsi
dell’industria pubblica, e l’inquinarsi dei suoi rapporti
con la politica (pp. 85-88); l’assurgere del sistema dei
partiti ad un primato «totalizzante», e la sua parallela
consunzione, con lo svuotamento programmatico delle coalizioni
di governo (pp. 65-68; e cfr. poi il cap. IV, sulla decadenza
delle culture comunista e cattolica). Il 1964 è poi l’anno
in cui ebbe inizio la «congiuntura»: la crisi che
spense l’euforia del boom. E in quello stesso ’64,
appunto, già si smorzò ogni afflato riformatore
proveniente dall’alleanza governativa di centro-sinistra:
fra Dc e Psi. E dire che «la sostanziale pochezza» della
politica di quei governi «è in contrasto stridente con le
riflessioni di notevole respiro che ne avevano accompagnato la
nascita, ma anche con le attese e le aspirazioni che si erano
diffuse» (p. 26). C’è chi tentò di insistere sulla necessità
di un intervento: così Ugo La Malfa, all’epoca ministro
del Bilancio, che in una famosa Nota aggiuntiva del
’62 dimostrava d’aver colto appieno – oltre che i
vantaggi e le conquiste – anche le storture e gli squilibri
apportati da quella fase di sviluppo accelerato. La Malfa
esortava affinché lo Stato si assumesse il compito di
indirizzare e di correggere: di pianificare, in una
parola. E insieme con lui ci furono anche altri: i Lombardi, i
Saraceno. Ma ben più folto, in sede di «società politica»
e di classe dirigente, fu il gruppo di coloro che si opposero
con ogni mezzo alle ipotesi di pianificazione: un «partito
sommerso», che abbracciava il grosso del mondo
imprenditoriale, che interessava abbondantemente la stessa Dc,
che trovava la sua efficiente cassa di risonanza nella stampa
conservatrice («Il Corriere della Sera» in testa, giù fino
a «Il Tempo» e a «Il Borghese»), e che si addensava fin
dentro i vertici delle forze armate e delle istituzioni.
Una
parabola più esemplare di quella tracciata dal «Piano
Solo», al riguardo, non ci potrebbe essere. Il progetto
prevedeva l’arresto di oppositori politici, l’occupazione
di prefetture, istituti civili e militari, sedi Rai e di
partiti: per mano dell’Arma dei Carabinieri comandata dal
generale De Lorenzo, con l’acquiescenza del presidente della
Repubblica, Segni, e di ambienti non secondari delle forze
armate e della stessa Dc. La vicenda, davvero, ci restituisce
una vivida impressione dello scenario in cui la prima
esperienza di centro-sinistra, retta da Moro, cadde
sbriciolata nell’estate del ’64. Dà un saggio della singolare
interpretazione della democrazia, che trovò largo corso
in uomini e apparati significativi dello Stato lungo tutto il
dopoguerra italiano. E l’effettiva impunità che fu
assicurata ai responsabili – De Lorenzo l’anno dopo sarà
nominato capo di Stato Maggiore dell’esercito – è un dato
ancor più inquietante, e gravido di implicazioni: essa
«veniva infatti a “confortare” quei settori o gruppi
dell’esercito, a confermar loro una qualche sintonia del
potere politico (o di una parte di esso)»; e «poneva di
fatto il problema della difesa della legalità democratica nel
caso di una traumatica rottura» (p. 103; ma cfr. almeno pp.
95-110). Favoriva – in ultimo – quello humus di
culture, attitudini, orientamenti, da cui trarrà oscura linfa
la «strategia della tensione», da Piazza Fontana in poi (sulla
strage cfr. la coinvolgente ricostruzione delle pp. 353-377; e
sugli effetti del suo inverarsi come «strage di Stato», pp.
382-386).
Il
clima della guerra fredda stese su differenti «sensibilità»
conservatrici un unico, denso collante: l’anticomunismo.
«Filo rosso di lungo periodo della nostra vicenda
repubblicana» (p. 4), esso tuttavia andò a rinvigorire
strutture e mentalità già forgiate durante il fascismo.
Coagulò umori trasversali, diffusi sia nei centri di potere
sia in corposi strati della società. E fu una componente
importante, in definitiva, della massiccia barriera ideologica
contro cui finirono per infrangersi i progetti di riforma
avanzati dal centro-sinistra.
C’è
un carattere paradigmatico nella sorte cui essi andarono
incontro: vale la pena quindi di sostarvi sopra,
sommariamente. Dalla riforma della scuola media unica e
obbligatoria, non accompagnata da un intervento sugli
«altri gradi dell’istruzione, né da una reale modifica di
una scuola segnata da contenuti arcaici e da pratiche di
quotidiano autoritarismo» (p. 26). A quella della nazionalizzazione
dell’energia elettrica, che pure «aveva alimentato
paure di comunismo e di espropri a catena»: si stabilì che
gli indennizzi fossero pagati non alle migliaia di azionisti,
ma alle stesse società ex elettriche, sancendo così «una
splendida vittoria dell’imprenditoria privata e dei suoi
potenti paladini» (pp. 26-27). E inoltre quella rivolta alla questione
fiscale: il tentativo di rendere nominali i titoli
azionari, al fine di impedire l’evasione, provocò una
levata di scudi da parte di «ceti e strati portati a
vedere in ogni vincolo all’arricchimento illecito un
inaccettabile attentato alla libertà individuale,
un’insidiosa forma di comunismo liberticida»; il
provvedimento quindi fu subito sostituito da un altro, dal
quale in sostanza uscì codificato «il mancato rispetto delle
regole, e premiata la tendenza a un arricchimento che ignora
gli obblighi collettivi»; e tutto ciò – si badi – in un
volger d’anni in cui la crisi economica faceva subire ai
lavoratori «imponenti licenziamenti, riduzioni d’orario,
blocco salariale, appesantimento delle condizioni di lavoro in
nome della ripresa produttiva» (pp. 27-28; sottolineatura
mia). Speciale attenzione, infine, va dedicata alla politica
urbanistica: «perché qui la sconfitta dei riformatori
diventa disfatta» (p. 69). Una legge del ’62, volta ad
arginare l’abusivismo, fu insabbiata prima delle elezioni
dell’anno dopo; e una «legge-ponte» del ’67, che si
limitava ad introdurre moderati criteri in materia, venne
fatta slittare di dodici mesi, durante i quali, nella sola
Milano, furono rilasciate licenze per 220 mila vani,
sette-otto volte in più di quelle concesse in un anno normale
(p. 75). L’orgia dell’abusivismo legalizzato conobbe
così uno dei suoi picchi: ed era il 1968.
Conviene
ascoltare direttamente, a questo punto, le parole
dell’autore: «È aperta in tal modo la via a derive di
grande durata nei comportamenti pubblici e privati: la
sostanziale assenza di regole che viene così ribadita
riguarda un bene fondamentale, e incide quindi in modo non
irrilevante sul “modello acquisitivo” degli italiani. Ciò
lascerà tracce più profonde di quelle – pur gravissime –
lasciate sul territorio urbano e sulle vaste aree investite
dal boom turistico». E ancora: «C’è da chiedersi se,
in quel 1968, gli individui e i gruppi alla lunga coinvolti
– direttamente o indirettamente – in questa sotterranea
“mobilitazione speculativa” siano o meno più numerosi, ad
esempio a Milano, di quelli attivati dalle assemblee – di
opposto segno – degli studenti dell’Università Cattolica
o della Statale. Lo si consideri pure un paragone improprio:
esso ci ricorda però il contemporaneo svolgersi, e
confliggere, di processi antagonistici, attinenti in ultima
istanza alla “costruzione d’identità” degli italiani»
(pp. 29, 75; sottolineature mie).
Gli
estratti ci portano in prossimità del «cuore concettuale»
del libro; alla comprensione dei suoi obiettivi, e all’originalità
del suo contributo. Rifuggire da prospettive schematiche,
sganciarsi con lucidità da interpretazioni consolidate, è
stato possibile anche perché qui il raffronto con quegli anni
è avvenuto attraverso il metodo dell’analisi storica, ha
voluto dire finalmente «studiarli davvero». Una menzione
esplicita, in questo senso, non può non esser fatta al lavoro
che si è svolto sulle fonti: con l’utilizzo
sistematico di materiale d’archivio (dai rapporti prefettizi
e di Polizia e Carabinieri, ai verbali dei Consigli dei
Ministri, alla documentazione interna dei partiti); di
giornali e periodici coevi (i Bocca e i Forcella del periodo
d’oro de «Il Giorno», e il Pasolini del «nuovo corso» de
«Il Corriere della Sera», fra i più interrogati); e in
generale con un setaccio continuo della produzione culturale,
indifferentemente quanto «alta» o «bassa»: cinema, musica
pop, letteratura, televisione. Ne è potuto uscire un quadro
che rispetta la natura tortuosa e problematica di
quella fase così determinante della nostra storia; che rende
limpido e «comprensibile» il suo svilupparsi; che riesce a
stringere nessi fra momenti e luoghi distanti quando non
contrari.
Da
una parte il boom, e il prevalere – su cui si
è tanto insistito altrove – di «modelli acquisitivi»
egoistici e familiari; dall’altra, un pugno d’anni dopo,
le aspirazioni e le militanze «comunitarie» della contestazione
studentesca e dell’«autunno caldo»; da un lato,
la cosiddetta «stagione dei movimenti» che si snoda
lungo gli anni Settanta, e dall’altra l’oblio dei
valori collettivi che caratterizza in profondità gli anni
Ottanta. Frammenti che risultano «slegati», ad una lettura
che non sappia individuare, nei diversi contesti, le
coesistenze di segni anche contradditori; le molteplici
«sottotracce» contenute in categorie ed «etichette» ormai
invalse, eppure troppo semplificatrici e in qualche caso
perfino riduttive o fuorvianti; le giustapposizioni e le
parallele convivenze di modi differenziati di «essere
italiani». È illuminante, per esempio, leggere le
osservazioni dell’autore sulla «maggioranza del
1970-’73» (in particolare, p. 381); o tornare a riflettere
sugli «scomodi» avvertimenti lanciati da Pasolini
all’indomani della vittoria dei «no», nel referendum sul
divorzio del 1974, o sull’analisi che ne diede più tardi
Pietro Scoppola (pp. 504-505); oppure, infine, soffermarsi
sulle pagine che descrivono sia le rivendicazioni sociali di
stampo «particolaristico» e di ceto, già riscontrabili
immediatamente dopo l’«autunno caldo», sia le rivolte «localistiche»
di «Reggio Calabria e dintorni», all’esordio degli anni
Settanta (pp. 465-479). È proprio nell’arco della «grande
trasformazione non governata» – come vi si appella
costantemente l’autore – che affondano le loro radici le
plurime e conflittuali identità del nostro paese.
Dall’esplosione di potenzialità innescate dal «miracolo
economico», a quel «Campioni del mondo! campioni del
mondo!», che scandì l’inizio delle «nefaste illusioni
degli anni Ottanta» (p. 589): e attraverso il racconto
appassionato e incalzante di Crainz, acquistiamo la coscienza
civile – il rimpianto – che finì allora per modellarsi un
«paese mancato».
«È
forse necessario chiedersi se in questo percorso il Palazzo e
parti significative del paese non si siano in realtà
«avvicinate», con quei tratti che Pasolini aveva delineato:
lo spregio delle regole, il crescente disinteresse per i
valori collettivi, un privilegiamento dell’affermazione
individuale e di gruppo che considera le norme un impaccio (e
tratta chi le difende come un nemico da sconfiggere o da
corrompere)»
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