Guido Crainz, Il paese mancato, Donzelli, 2003

di Patrick Karlsen, marzo 2004

pubblicato anche su: www.Lankelot.com

S’intitola Il paese mancato, ed è il «secondo atto» di quella che oggi appare una sola ricerca: avviata dall’udinese Guido Crainz, con la pubblicazione nel 1996 della Storia del miracolo italiano (ed. Donzelli). Al centro dell’indagine, lì, erano gli anni del boom (1958-’63, secondo una periodizzazione consueta): cioè la più furiosa trasformazione che l’Italia unita abbia mai attraversato, ove presero a mutare – e spesso a cancellarsi – secolari modalità di vivere, di produrre e di consumare, di pensare e di sperare degli italiani. Il paese mancato è il bel libro che sviluppa i temi e la cronologia di quel primo lavoro. Ma è anche un’aspra metafora: che vede nell’Italia del tempo presente il risultato fallimentare di quella convulsa stagione.

 

Eppure, gli esiti non erano predeterminati. Il boom aveva messo in moto un mulinello vorticoso di tante possibili «Italie» contraddittorie e divergenti fra loro, dal quale avrebbe potuto emergere – ipotetico dell’irrealtà – il modello di un’Italia diversa: «altra», e migliore, rispetto a quella che quotidianamente abitiamo. Per comprendere le ragioni dell’insuccesso, allora, è essenziale lo studio del periodo che dall’estinguersi del boom si dipana fino all’ultimo scorcio degli anni Settanta: col mesto «riflusso» dei movimenti sorti dal Sessantotto, l’acme della violenza terroristica e l’assassinio di Moro, e con l’inabissarsi di ogni residua speranza di ricambio al governo. Fino a quella crisi della Repubblica, insomma, che avrebbe continuato a consumarsi appena dietro l’ottimismo di superficie degli anni Ottanta. Allora si sollevarono polverose nubi, infatti, che non hanno smesso di annerire il nostro cielo. «La catastrofe» è l’evocativo titolo della sezione che «racconta» quella crisi, e conclude il libro.

 

Dal «miracolo economico» agli anni Ottanta, dunque. Sono grosso modo due decenni, e si tratta di decenni decisivi: è in essi che prese forma l’identità collettiva del paese. Non bisogna perdere di vista, per cominciare, il «dato centrale del nostro “miracolo”» – avverte l’autore (p. 14). Esso intervenne su un tessuto sociale segnato da spaventose arretratezze. Sanò ritardi intollerabili, appagando per la prima volta elementari necessità di igiene e di sussistenza, e al contempo introdusse consumi e bisogni nuovi. Riversò sull’Italia, si può dire, un fiume di «modernità» in piena: che da un lato travolse culture consolidate e assetti tradizionali, e dall’altro tese ad imporne di inediti. Era di massima urgenza quindi che il «trapasso» fra vecchi e nuovi valori, fra vecchie e nuove forme di cittadinanza, fosse guidato, in qualche modo coordinato. Era fondamentale, in altri termini, che nei vent’anni seguiti al boom non si facesse mancare all’Italia un governo di quella trasformazione.

 

In quest’ottica, retrospettivamente, acquista particolare pregnanza il lustro che viene subito dopo il «miracolo». Una porzione cruciale della partita si giocò allora, tra ’64 e ’68, a dispetto dell’apparente «inutilità» che caratterizza la fase (cfr. «L’importanza di “anni inutili”», p. 31). Nel suo dispiegarsi, infatti, presero corpo alcuni processi dalle conseguenze assai durevoli, per la nostra storia recente: il progressivo degenerarsi dell’industria pubblica, e l’inquinarsi dei suoi rapporti con la politica (pp. 85-88); l’assurgere del sistema dei partiti ad un primato «totalizzante», e la sua parallela consunzione, con lo svuotamento programmatico delle coalizioni di governo (pp. 65-68; e cfr. poi il cap. IV, sulla decadenza delle culture comunista e cattolica). Il 1964 è poi l’anno in cui ebbe inizio la «congiuntura»: la crisi che spense l’euforia del boom. E in quello stesso ’64, appunto, già si smorzò ogni afflato riformatore proveniente dall’alleanza governativa di centro-sinistra: fra Dc e Psi. E dire che «la sostanziale pochezza» della politica di quei governi «è in contrasto stridente con le riflessioni di notevole respiro che ne avevano accompagnato la nascita, ma anche con le attese e le aspirazioni che si erano diffuse» (p. 26). C’è chi tentò di insistere sulla necessità di un intervento: così Ugo La Malfa, all’epoca ministro del Bilancio, che in una famosa Nota aggiuntiva del ’62 dimostrava d’aver colto appieno – oltre che i vantaggi e le conquiste – anche le storture e gli squilibri apportati da quella fase di sviluppo accelerato. La Malfa esortava affinché lo Stato si assumesse il compito di indirizzare e di correggere: di pianificare, in una parola. E insieme con lui ci furono anche altri: i Lombardi, i Saraceno. Ma ben più folto, in sede di «società politica» e di classe dirigente, fu il gruppo di coloro che si opposero con ogni mezzo alle ipotesi di pianificazione: un «partito sommerso», che abbracciava il grosso del mondo imprenditoriale, che interessava abbondantemente la stessa Dc, che trovava la sua efficiente cassa di risonanza nella stampa conservatrice («Il Corriere della Sera» in testa, giù fino a «Il Tempo» e a «Il Borghese»), e che si addensava fin dentro i vertici delle forze armate e delle istituzioni.

 

Una parabola più esemplare di quella tracciata dal «Piano Solo», al riguardo, non ci potrebbe essere. Il progetto prevedeva l’arresto di oppositori politici, l’occupazione di prefetture, istituti civili e militari, sedi Rai e di partiti: per mano dell’Arma dei Carabinieri comandata dal generale De Lorenzo, con l’acquiescenza del presidente della Repubblica, Segni, e di ambienti non secondari delle forze armate e della stessa Dc. La vicenda, davvero, ci restituisce una vivida impressione dello scenario in cui la prima esperienza di centro-sinistra, retta da Moro, cadde sbriciolata nell’estate del ’64. Dà un saggio della singolare interpretazione della democrazia, che trovò largo corso in uomini e apparati significativi dello Stato lungo tutto il dopoguerra italiano. E l’effettiva impunità che fu assicurata ai responsabili – De Lorenzo l’anno dopo sarà nominato capo di Stato Maggiore dell’esercito – è un dato ancor più inquietante, e gravido di implicazioni: essa «veniva infatti a “confortare” quei settori o gruppi dell’esercito, a confermar loro una qualche sintonia del potere politico (o di una parte di esso)»; e «poneva di fatto il problema della difesa della legalità democratica nel caso di una traumatica rottura» (p. 103; ma cfr. almeno pp. 95-110). Favoriva – in ultimo – quello humus di culture, attitudini, orientamenti, da cui trarrà oscura linfa la «strategia della tensione», da Piazza Fontana in poi (sulla strage cfr. la coinvolgente ricostruzione delle pp. 353-377; e sugli effetti del suo inverarsi come «strage di Stato», pp. 382-386).

 

Il clima della guerra fredda stese su differenti «sensibilità» conservatrici un unico, denso collante: l’anticomunismo. «Filo rosso di lungo periodo della nostra vicenda repubblicana» (p. 4), esso tuttavia andò a rinvigorire strutture e mentalità già forgiate durante il fascismo. Coagulò umori trasversali, diffusi sia nei centri di potere sia in corposi strati della società. E fu una componente importante, in definitiva, della massiccia barriera ideologica contro cui finirono per infrangersi i progetti di riforma avanzati dal centro-sinistra.

 

C’è un carattere paradigmatico nella sorte cui essi andarono incontro: vale la pena quindi di sostarvi sopra, sommariamente. Dalla riforma della scuola media unica e obbligatoria, non accompagnata da un intervento sugli «altri gradi dell’istruzione, né da una reale modifica di una scuola segnata da contenuti arcaici e da pratiche di quotidiano autoritarismo» (p. 26). A quella della nazionalizzazione dell’energia elettrica, che pure «aveva alimentato paure di comunismo e di espropri a catena»: si stabilì che gli indennizzi fossero pagati non alle migliaia di azionisti, ma alle stesse società ex elettriche, sancendo così «una splendida vittoria dell’imprenditoria privata e dei suoi potenti paladini» (pp. 26-27). E inoltre quella rivolta alla questione fiscale: il tentativo di rendere nominali i titoli azionari, al fine di impedire l’evasione, provocò una levata di scudi da parte di «ceti e strati portati a vedere in ogni vincolo all’arricchimento illecito un inaccettabile attentato alla libertà individuale, un’insidiosa forma di comunismo liberticida»; il provvedimento quindi fu subito sostituito da un altro, dal quale in sostanza uscì codificato «il mancato rispetto delle regole, e premiata la tendenza a un arricchimento che ignora gli obblighi collettivi»; e tutto ciò – si badi – in un volger d’anni in cui la crisi economica faceva subire ai lavoratori «imponenti licenziamenti, riduzioni d’orario, blocco salariale, appesantimento delle condizioni di lavoro in nome della ripresa produttiva» (pp. 27-28; sottolineatura mia). Speciale attenzione, infine, va dedicata alla politica urbanistica: «perché qui la sconfitta dei riformatori diventa disfatta» (p. 69). Una legge del ’62, volta ad arginare l’abusivismo, fu insabbiata prima delle elezioni dell’anno dopo; e una «legge-ponte» del ’67, che si limitava ad introdurre moderati criteri in materia, venne fatta slittare di dodici mesi, durante i quali, nella sola Milano, furono rilasciate licenze per 220 mila vani, sette-otto volte in più di quelle concesse in un anno normale (p. 75). L’orgia dell’abusivismo legalizzato conobbe così uno dei suoi picchi: ed era il 1968.

 

Conviene ascoltare direttamente, a questo punto, le parole dell’autore: «È aperta in tal modo la via a derive di grande durata nei comportamenti pubblici e privati: la sostanziale assenza di regole che viene così ribadita riguarda un bene fondamentale, e incide quindi in modo non irrilevante sul “modello acquisitivo” degli italiani. Ciò lascerà tracce più profonde di quelle – pur gravissime – lasciate sul territorio urbano e sulle vaste aree investite dal boom turistico». E ancora: «C’è da chiedersi se, in quel 1968, gli individui e i gruppi alla lunga coinvolti – direttamente o indirettamente – in questa sotterranea “mobilitazione speculativa” siano o meno più numerosi, ad esempio a Milano, di quelli attivati dalle assemblee – di opposto segno – degli studenti dell’Università Cattolica o della Statale. Lo si consideri pure un paragone improprio: esso ci ricorda però il contemporaneo svolgersi, e confliggere, di processi antagonistici, attinenti in ultima istanza alla “costruzione d’identità” degli italiani» (pp. 29, 75; sottolineature mie).

 

Gli estratti ci portano in prossimità del «cuore concettuale» del libro; alla comprensione dei suoi obiettivi, e all’originalità del suo contributo. Rifuggire da prospettive schematiche, sganciarsi con lucidità da interpretazioni consolidate, è stato possibile anche perché qui il raffronto con quegli anni è avvenuto attraverso il metodo dell’analisi storica, ha voluto dire finalmente «studiarli davvero». Una menzione esplicita, in questo senso, non può non esser fatta al lavoro che si è svolto sulle fonti: con l’utilizzo sistematico di materiale d’archivio (dai rapporti prefettizi e di Polizia e Carabinieri, ai verbali dei Consigli dei Ministri, alla documentazione interna dei partiti); di giornali e periodici coevi (i Bocca e i Forcella del periodo d’oro de «Il Giorno», e il Pasolini del «nuovo corso» de «Il Corriere della Sera», fra i più interrogati); e in generale con un setaccio continuo della produzione culturale, indifferentemente quanto «alta» o «bassa»: cinema, musica pop, letteratura, televisione. Ne è potuto uscire un quadro che rispetta la natura tortuosa e problematica di quella fase così determinante della nostra storia; che rende limpido e «comprensibile» il suo svilupparsi; che riesce a stringere nessi fra momenti e luoghi distanti quando non contrari.

 

Da una parte il boom, e il prevalere – su cui si è tanto insistito altrove – di «modelli acquisitivi» egoistici e familiari; dall’altra, un pugno d’anni dopo, le aspirazioni e le militanze «comunitarie» della contestazione studentesca e dell’«autunno caldo»; da un lato, la cosiddetta «stagione dei movimenti» che si snoda lungo gli anni Settanta, e dall’altra l’oblio dei valori collettivi che caratterizza in profondità gli anni Ottanta. Frammenti che risultano «slegati», ad una lettura che non sappia individuare, nei diversi contesti, le coesistenze di segni anche contradditori; le molteplici «sottotracce» contenute in categorie ed «etichette» ormai invalse, eppure troppo semplificatrici e in qualche caso perfino riduttive o fuorvianti; le giustapposizioni e le parallele convivenze di modi differenziati di «essere italiani». È illuminante, per esempio, leggere le osservazioni dell’autore sulla «maggioranza del 1970-’73» (in particolare, p. 381); o tornare a riflettere sugli «scomodi» avvertimenti lanciati da Pasolini all’indomani della vittoria dei «no», nel referendum sul divorzio del 1974, o sull’analisi che ne diede più tardi Pietro Scoppola (pp. 504-505); oppure, infine, soffermarsi sulle pagine che descrivono sia le rivendicazioni sociali di stampo «particolaristico» e di ceto, già riscontrabili immediatamente dopo l’«autunno caldo», sia le rivolte «localistiche» di «Reggio Calabria e dintorni», all’esordio degli anni Settanta (pp. 465-479). È proprio nell’arco della «grande trasformazione non governata» – come vi si appella costantemente l’autore – che affondano le loro radici le plurime e conflittuali identità del nostro paese. Dall’esplosione di potenzialità innescate dal «miracolo economico», a quel «Campioni del mondo! campioni del mondo!», che scandì l’inizio delle «nefaste illusioni degli anni Ottanta» (p. 589): e attraverso il racconto appassionato e incalzante di Crainz, acquistiamo la coscienza civile – il rimpianto – che finì allora per modellarsi un «paese mancato».

 

«È forse necessario chiedersi se in questo percorso il Palazzo e parti significative del paese non si siano in realtà «avvicinate», con quei tratti che Pasolini aveva delineato: lo spregio delle regole, il crescente disinteresse per i valori collettivi, un privilegiamento dell’affermazione individuale e di gruppo che considera le norme un impaccio (e tratta chi le difende come un nemico da sconfiggere o da corrompere)»

 

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