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Roberto
Battaglia, Un uomo, un partigiano,I l Mulino, 2004
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Il
racconto autobiografico dell'autore della Storia della
Resistenza:Battaglia, un partigiano nato
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(recensione
di Angelo d'Orsi
la stampa.it, 29.09.04)
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Di
intellettuali e fascismo si è discorso molto, anche su La
Stampa; ma il tema è davvero sempre caldissimo e pieno di
risvolti da mettere in luce, da approfondire, da ristudiare.
Oggi l'occasione ci viene dalla ripubblicazione di un vecchio,
prezioso libretto di testimonianza di Roberto Battaglia, Un
uomo, un partigiano (Il Mulino, pp. 174, € 12,00). Perché
il precocissimo racconto dell'esperienza diretta di un «partigiano
nato» - com'egli si definisce, e come intitola Ugo Berti
Arnoaldi la sua efficace Prefazione - concerne il rapporto
intellettuali-fascismo?
Lo
spiega lo stesso Battaglia nel primo capitolo del libro
intitolato appunto Un intellettuale sotto il fascismo:
e con onestà ci presenta la figura di un intellettuale-tipo,
dedito completamente agli studi, e perciò convinto che il
regime lo potesse «lasciare in pace», purché egli non desse
fastidio e non si impicciasse degli affari che non lo
riguardavano, ossia degli «affari» di tutti, della
situazione politica del Paese. Così un giovane studioso di
Ariosto e di Bernini, un classico topo di biblioteca impegnato
in ricerche artistico-letterarie, protetto dall'autoillusione
della cultura come scudo contro il fascismo - di cui si poteva
essere avversari per ragioni di gusto - venne «ridestato»
dalla guerra.
Fu, in particolare, la morte di un suo
amico intimo, di cui il giovane Battaglia non seppe darsi
ragione, a scuoterlo: a farlo - egli scrive - «sentire e
dichiarare colpevole». Poco dopo fu il 25 Luglio, e quindi
l'Otto Settembre. La decisione, intimamente maturata, fu
subito tradotta in azione concreta. L'intellettuale appese la
penna al chiodo e imbracciò il mitra. Partigiano, e
comandante partigiano giellista fra Umbria e Lazio e poi in
Garfagnana: fu per lui, quello, un vero ricominciamento, anzi
una rinascita. Il ritorno a uno stadio primitivo di purezza,
in una russoiana vita nei boschi, che corrispondeva al bisogno
morale, estetico ed intellettuale di un profondo repulisti
della propria anima, inquinata dal Ventennio mussoliniano. E,
a caldo, mentre la Resistenza stessa viveva le sue settimane
culminanti, fra il gennaio e l'aprile del '45, il partigiano
ritornò intellettuale, ma con un afflato del tutto nuovo, con
la consapevolezza acquisita in quei mesi di lotta dura e
coraggiosa, e, mentre continuava a sparare contro i nazisti e
i repubblichini, si mise a scrivere. E lo fece anche per un
bisogno tipicamente intellettuale, e insieme politico: egli
provava fastidio per la propaganda, per ogni forma di retorica
resistenzialistica e per l'edulcorazione della figura del
partigiano che già circolava. Volle, in quelle pagine scritte
in presa diretta, «riassumere il tono moderato e convincente
di chi parla e abbandonare quello concitato di chi declama».
Era, per lo scrittore e comandante Battaglia, un modo per
praticare la diversità dell'antifascismo e per preparare,
contro l'orgia di retorica durata così a lungo, non una
retorica opposta e contraria, ma con la serietà di chi
argomenta e riflette, la «nuova Italia».
Quelle pagine, edite poco dopo dalle Edizioni U - vicine al
Partito d'Azione, in cui Battaglia militò fino al suo
scioglimento - vennero ripubblicate vent'anni dopo dall'Einaudi,
che, con Italo Calvino, aveva chiesto, nei primi anni
Cinquanta, a Battaglia di provare a passare dall'individuale
al generale, scrivendo ancora della guerra partigiana. Ne
nacque quella mirabile Storia della Resistenza italiana
che vinse, nell'anno in cui uscì, il 1953, il Premio
Viareggio. All'epoca l'autore era militante del Pci, e
l'opera, destinata, anche per il suo stile piano, a enorme
successo, a lungo è stata considerata la storia «ufficiale»
della Resistenza in ottica comunista. In parte lo era, ma fu
opera preziosa, ancora oggi utile, e recentemente riscoperta
anche da studiosi tutt'altro che comunisti, sia per
l'attenzione che dedica ai fenomeni di resistenza dei militari
italiani, sia per la coralità del suo impianto, attento
com'era il suo autore anche a quella che poi Claudio Pavone
avrebbe chiamato «la moralità della Resistenza». L'autore
morì, a cinquant'anni esatti, nel 1963, mentre era intento al
lavoro per la quarta edizione; l'opera fu tradotta in varie
lingue ed ebbe anche una edizione ridotta, scritta a quattro
mani con Giuseppe Garritano
Al «fattore uomo», e alle ansie di
rinnovamento politico, alle aspettative di trasformazione
sociale insite nella scelta di «andare in montagna», è del
resto dedicato anche, nella sostanza, questa ricognizione
autobiografica dell'esperienza partigiana, scritta con una
leggerezza che esprime la gioia di quella scelta vissuta fino
in fondo, ma ripensata con un lodevole sforzo di distacco
critico. La Resistenza fu per Roberto Battaglia l'unico fatto
«confortante della nostra storia recente», ma fu anche un
fatto problematico, che attendeva i suoi storici. Se oggi
quella storia si può fare, fuori delle retoriche stucchevoli
e delle postume, spesso troppo facili accuse, lo si deve anche
a Roberto Battaglia.
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societaperta.it
2001 |
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