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Anticipiamo
parte dell'introduzione al nuovo libro dell'economista
americano Jeremy Rifkin.
NEGLI anni Sessanta ero un giovane attivista politico e, come
molti miei contemporanei, mi trovai coinvolto nella grande
sollevazione sociale. La liberazione era nell'aria, la si
poteva annusare. Stanchi di voci allarmiste su attacchi
nucleari, guerre fredde, uomini in abito grigio, e
dell'ottundente uniformità della vita nei sobborghi, i
giovani erano ovunque in rivolta: la libertà di parola, il
sesso libero, il rock and roll, la droga e il movimento hippy
si diffusero in America e raggiunsero ogni città e ogni
paese.
La ribellione era in continua evoluzione, tanto che a volte
era difficile tenere il passo o anche semplicemente fermarsi.
Alla lotta di classe subentrarono la politica culturale, poi
la politica sessuale, quindi la politica ambientale. Alle
pareti erano appesi i poster di Che Guevara e Huey Newton, poi
sostituiti dai manifesti dei concerti dei Beatles e dei
Rolling Stones, che a loro volta furono rimpiazzati dalle foto
della terra vista dallo spazio.
La vecchia sinistra dovette cedere il passo alla nuova: la
coscienza storica e i discorsi astratti su dialettica,
materialismo e imperialismo cominciarono a perdere forza, a
vantaggio della "coscienza terapeutica".
Invece di citare il Manifesto del Partito comunista di Karl
Marx o il Libretto rosso del presidente Mao, i giovani
cominciarono a condividere i sentimenti più intimi e a
parlare di dinamica delle relazioni interpersonali,
trasformando la politica in terapia di gruppo.
I discorsi sulla rivoluzione lasciarono progressivamente
spazio alla ricerca di una trasformazione spirituale più
personale, cosicché all'inizio degli anni '70 questo processo
aveva quasi del tutto eclissato l'ideologia. Ma ai margini
c'erano già nuovi movimenti che avrebbero lasciato il segno.
Il movimento femminista, il movimento ambientalista, i
movimenti per i diritti umani e per i diritti degli animali,
il movimento gay conquistarono via via la ribalta, imponendosi
all'attenzione del pubblico.
Allora tutti sognammo una nuova era in cui i diritti delle
persone fossero rispettati, nessuno venisse lasciato indietro,
le differenze culturali fossero bene accette e tutti potessero
godere di una buona qualità della vita, vivendo in armonia
con la natura e in pace con gli altri.
Molti di noi manifestavano contro l'impero americano,
considerato unico responsabile dei mali di una società
malata. Alcuni, nella vana speranza di abbattere il sistema,
presero perfino la strada del terrorismo. Contemporaneamente,
un'analoga sollevazione sociale aveva luogo in Europa e in
altre parti del mondo.
Comunque sia, quasi tutti i giovani attivisti americani che
conoscevo erano sicuri che, qualora ci fossero stati dei
cambiamenti radicali, essi sarebbero cominciati in America, da
dove poi si sarebbero diffusi nel resto del mondo.
Questo perché, anche nei giorni più neri della nostra
rivolta, continuavamo a credere nello "spirito
americano"; mantenevamo cioè l'incrollabile convinzione
che l'America fosse un posto speciale con un destino speciale.
Anche se allora nessuno dei miei amici del
"movimento" avrebbe osato ammetterlo, tutti avevamo
la sensazione, tipicamente americana, che qui, in questo
paese, tutto fosse possibile, tutto potesse essere raggiunto e
conquistato: bastava solo volerlo con la forza necessaria ad
essere sufficientemente determinati a ottenerlo.
I giovani europei erano molto meno sicuri della reale
efficacia delle proprie azioni: la loro politica era motivata
più dal piacere della sfida che dalla volontà di cambiare.
Ora, a oltre trent'anni di distanza, la situazione si è
rovesciata: quell'intuizione che nel mondo ci fosse qualcosa
di sbagliato, e che si dovesse fare qualcosa per porvi
rimedio, non si è radicata e non si è sviluppata in America.
Certo, abbiamo gruppi di attivisti che promuovono le numerose
idee germogliate dal caotico movimento nato una generazione fa
nelle strade dei ghetti neri e nei campus universitari, ma -
curiosamente - è in Europa che le intuizioni della
generazione degli anni Sessanta hanno dato vita a un nuovo
audace esperimento, i cui indistinti contorni erano
impossibili da delineare allora, al tempo della nostra
giovinezza.
Si potrebbero dare diverse spiegazioni del fatto che, a quanto
pare, sono gli europei a indicare la strada verso la nuova
era, ma ce n'è una che si impone su tutte: è stato il caro
Sogno americano, un tempo idealizzato e invidiato dal mondo
intero, a portare l'America all'attuale situazione di impasse,
quel sogno che pone l'accento sull'illimitata opportunità
concessa a ogni individuo di cercare il successo, che
nell'interpretazione corrente significa soprattutto, se non
esclusivamente, successo economico.
Il Sogno americano è troppo centrato sul progresso materiale
personale e troppo poco preoccupato del benessere generale
dell'umanità per continuare ad avere fascino e importanza in
un mondo caratterizzato dal rischio, dalla diversità e
dall'interdipendenza: è diventato un sogno vecchio, intriso
di una mentalità legata a una frontiera che è stata chiusa
tanto tempo fa.
E mentre lo "spirito americano" guarda stancamente
al passato, nasce un Sogno europeo, più adatto ad
accompagnare l'umanità nella prossima tappa del suo percorso:
un sogno che promette di portare l'uomo verso una
consapevolezza globale, all'altezza di una società sempre più
interconnessa e globalizzata.
Il Sogno europeo pone l'accento sulle relazioni comunitarie più
che sull'autonomia individuale, sulla diversità culturale più
che sull'assimilazione, sulla qualità della vita più che
sull'accumulazione di ricchezza, sullo sviluppo sostenibile più
che sull'illimitata crescita materiale, sul "gioco
profondo" più che sull'incessante fatica, sui diritti
umani universali e su quelli della natura più che sui diritti
di proprietà, sulla cooperazione globale più che
sull'esercizio unilaterale del potere.
Il Sogno europeo è germogliato al crocevia fra la
postmodernità e l'emergente era globale, e rappresenta il
ponte che può colmare la distanza fra le due epoche. La
postmodernità non è mai stata intesa come un'era a sé
stante, quanto piuttosto come una fase crepuscolare della
modernità: un tempo per formulare un giudizio sui molti
peccati dell'era moderna.
Le proteste e gli esperimenti della generazione degli anni
Sessanta miravano ad abbattere i vecchi confini che
vincolavano lo spirito umano e a sondare nuove realtà, e sono
nati insieme al loro compagno intellettuale: il pensiero
postmoderno.
I postmodernisti si domandano in che modo il mondo sia
arrivato a infilarsi in un vicolo cieco. Quali sono le ragioni
che hanno portato a sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e
Nagasaki, a costruire i lager nazisti in Europa, il Gulag in
Unione Sovietica e i campi di rieducazione maoisti nelle
campagne cinesi? Come siamo giunti a un mondo diviso più che
mai fra ricchi e poveri? Quando e come il materialismo ha
sostituito l'idealismo, e il consumo si è trasformato da
concetto negativo in positivo?
I postmodernisti hanno attribuito la responsabilità di tutto
ciò alla modernità e individuato i colpevoli dei mali del
mondo in quelli che considerano i rigidi assunti del pensiero
moderno: l'Illuminismo europeo, con la sua visione di un
illimitato progresso materiale, è fra i maggiori accusati,
insieme al capitalismo di mercato, al socialismo di Stato e
all'ideologia dello Stato-nazione. La modernità, secondo i
teorici postmodernisti, è viziata fin nei suoi presupposti:
le stesse idee di realtà oggettivamente conoscibile, di
progresso lineare irreversibile e di perfettibilità dell'uomo
sono state interpretate in maniera troppo rigida e
storicamente distorte, e non tengono conto di altre
prospettive sulla condizione umana e i fini della storia.
(...)
Se i postmodernisti hanno raso al suolo l'edificio ideologico
della modernità, liberando chi ne era prigioniero, non hanno
offerto all'uomo una dimora alternativa: siamo diventati
nomadi esistenziali che vagano in un mondo senza frontiere di
desideri insoddisfatti, alla ricerca di qualcosa a cui
aggrapparsi e in cui credere.
Lo spirito umano, liberato dalle vecchie categorie
concettuali, ha spinto ciascuno di noi a trovare una strada
propria in un mondo caotico e frammentato, ancora più
pericoloso di quello "totalizzante" che ci siamo
lasciati alle spalle.
Il pensiero postmoderno non ha trovato terreno fertile in
quella che viene chiamata la "middle America", ma ha
sempre avuto maggiore influenza in Europa. Oltre la metà
degli americani sono religiosi - più che in qualsiasi altro
paese industrializzato - e non sono disposti a sottoscrivere
l'idea di un mondo in cui tutto è relativo, ma credono ancora
in un grande ordine delle cose e vivono la propria fede
intimamente, giorno dopo giorno.
Gli americani più laici, benché non dispongano di un
riferimento religioso onnicomprensivo, sono in genere devoti a
un'altra visione sociale: l'idea illuminista di storia come
continuo e inarrestabile avanzamento del progresso materiale.
Gli europei, invece, sono stati più disposti ad accettare le
critiche agli assunti fondamentali della modernità e ad
abbracciare un orientamento postmoderno; questa loro
disponibilità ha molto a che vedere con le devastazioni e le
carneficine delle due guerre mondiali e con lo spettro di un
continente che, a causa della cieca obbedienza a visioni
utopistiche e a ideologie, nel 1945 si trovò sull'orlo del
baratro.
Sono stati gli intellettuali europei a suonare la carica
contro il progetto della modernità, ansiosi di scongiurare il
pericolo che i vecchi dogmi potessero di nuovo condurre
l'umanità lungo la strada della distruzione. Il loro attacco
frontale alle metanarrazioni li ha portati a difendere il
multiculturalismo, i diritti umani universali e i diritti
della natura. I postmodernisti considerano il
multiculturalismo una sorta di antidoto al pensiero moderno,
un modo per bilanciare l'unicità dottrinaria con la
molteplicità delle prospettive.
La questione dei diritti ha ulteriormente allargato la critica
all'unicità del punto di vista: i diritti umani universali e
i diritti della natura sono un modo per riconoscere che la
storia di ciascuno ha uguale valore e che anche il nostro
pianeta è, in sé, importante. Ma qui la logica
postmodernista ha cominciato a scontrarsi con le proprie
contraddizioni interne.
Universale significa fondamentale e indivisibile, qualcosa che
tutti riconoscono e accettano come tale; dunque,
involontariamente, i postmodernisti si sono scavati la fossa
da soli, riconoscendo che esiste almeno un'idea universale su
cui tutti potrebbero potenzialmente concordare: ogni vita
umana ha uguale valore e la natura è degna di rispetto e
considerazione. Il Sogno europeo comincia là dove i
postmodernisti hanno rinunciato.
Ridotto all'essenziale, è un impegno per la creazione di un
nuovo schema storico di riferimento, che liberi l'individuo
dal vecchio gioco dell'ideologia occidentale e, nello stesso
tempo, leghi l'umanità a una nuova storia condivisa, fatta di
diritti umani universali e di diritti intrinseci della natura:
ciò che chiameremo consapevolezza globale. Il Sogno europeo,
insomma, è il tentativo di creare una nuova storia.
Il nuovo Sogno europeo è potente perché riserva attenzione
ed aspetti come la qualità della vita, la sostenibilità, la
pace e l'armonia. Nella nuova visione del futuro, l'evoluzione
personale diventa più importante dell'accumulazione
individuale di ricchezza.
L'accento si sposta così sull'elevazione dello spirito umano,
non sull'aumento della ricchezza; sulla crescita dell'empatia
dell'uomo, non sull'estensione dei territori soggetti al suo
dominio.
L'umanità è liberata dalla prigione del materialismo, in cui
è stata rinchiusa all'inizio del Settecento dall'Illuminismo,
e portata verso un nuovo futuro animato dall'idealismo.
Per quanto io sia visceralmente legato al Sogno americano, e
soprattutto alla sua incrollabile fede nella preminenza
dell'individuo e della responsabilità personale, la speranza
per il futuro mi spinge verso il Sogno europeo, che esalta la
responsabilità collettiva e la consapevolezza globale.
Per questo ho cercato di trovare una sinergia fra le due
visioni, allo scopo di combinare il meglio dei due sogni.
C'è una cosa, però, di cui sono relativamente sicuro. Il
nascente Sogno europeo rappresenta le più alte aspirazioni
dell'umanità a un futuro migliore.
(Copyright
Jeremy Rifkin 2004
,Traduzione di
Paolo Canton)
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