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Nell'estate
del 1981 compii un lungo viaggio in Australia, per la
partecipazione al Congresso Internazionale di Botanica a
Sidney.
Bruno Fronza, presidente dell'Associazione
"Trentini nel mondo", mi aveva fornito gli
indirizzi di alcune famiglie trentine sparse in varie
città di quell'immenso e selvaggio continente. Così a
Perth, all'aeroporto fui atteso da Max Mantovani di
Pomarolo e quindi proseguii con una lunga escursione
botanica guidata dal Professor John Beard, fondatore
dell'Orto Botanico di Perth, il King's Park, che ci
condusse attraverso le foreste di eucalipti e le
boscaglie di banksia fino ai deserti dell'interno
trapunti dalle verdi casuarine.
Dopo la salita all'Ayers Rock, un grandioso monolito di
colore rosso mattone e via via la visita ad Alice
Springs, Adelaide e Sidney, giunsi a Townsville nel
Queensland.
Dopo quasi un mese di peregrinazioni, a Townsville si
concludevano gli impegni "botanici" e
pertanto, assieme a mia moglie, decidemmo di concederci
una vacanza turistica. Fu così che trascorremmo una
piacevole serata, parlando sempre nel dialetto trentino
più ricercato, a Townsville, con vari trentini, fra cui
i Gabrielli di Vermiglio e i Benedetti di Mori, tutti
ormai naturalizzati in Australia, ma sempre legati alla
loro terra di origine, in tutto 15-20 persone.
Il tempo trascorse veloce fra ricordi, discussioni e
racconti e ben presto giunse il momento del commiato.
Scendendo lungo la grande scala che dal piano superiore
conduceva verso l'uscita, mi precedeva di pochi passi
Gabrielli, poi prematuramente scomparso, il quale fra il
vociare dei presenti inaspettatamente intonò con la sua
voce baritonale i versi dell'"Inno al
Trentino", subito seguito da me e dagli altri: lo
cantammo dalla prima all'ultima strofa e poi - sempre
sui gradini della scala - la "Paganella",
"La ven zo da le montagne" e altre canzoni
amate che facevano vigorosamente parte di tutti noi. Dal
punto di vista umano, è stato uno degli episodi più
belli di tutto il viaggio e tutt'ora ne serbo un
bellissimo ricordo.
Avendo lasciato anch'io il Trentino da molti anni, come
loro, prima per gli studi a Padova e quindi per
l'insegnamento universitario a Padova, Milano, Catania,
Ferrara e Camerino, durante quel fugace momento è stato
un po' come rivivere il Trentino condividendo la sorte
di coloro che sono lontani dalla terra natia.
Quando facevo queste considerazioni a Sidney assieme
alla poetessa Enoe Di Stefano di Rovereto e
naturalizzata in Australia da anni, essa mi rispose:
"Ma se lei vuole, da Camerino in poche ore di
macchina ritorna a Trento; per noi sono 25 ore di
aereo...!". E così in lei e in altri trentini
incontrati anche in America del Sud e in molti altri
posti, si è venuto a creare un contrasto interno fra il
richiamo della terra natia e il desiderio della nuova
casa nella terra lontana: un contrasto bene espresso nei
versi di Enoe Di Stefano, quando rievoca il tormento
inutile della nostalgia nel componimento "Non resta
che subire":
Se vo' in Italia non risolvo niente,
non mi ci trovo,
e non godo il prolungare
del soggiorno.
Perduto il primo nido son mutata,
straniera imbastardita
o idealista imbalsamata.
Vorrei poter tornare in un istante
com'ero prima, prima di partire.
Però conclude così un'altra poesia dedicata alla
sua città natale:
Se una radice ha l'esser mio
è lì tra l'Adige ed i colli
sul pendio.
Personalmente,
sono quasi sempre riuscito ad integrarmi e ad amare le
varie località ove ho trascorso periodi più o meno
lunghi per studi e ricerche; è stato così a
Montpellier nella Linguadoca, a Bialowieza in Polonia,
ove fui negli anni oscuri e tetri della dittatura, a
Cochabamba in Bolivia, ove trascorsi alcune settimane
anche nella Parrocchia di S. Carlo, retta dai Padri
Francescani di Trento, a Camerino, con le sue dolci e
verdi colline, a Pichtowka nella taiga siberiana e così
via.
Tempo fa, un giovane studioso di Roma, al termine di un
congresso internazionale che avevo organizzato a
Camerino, mi si avvicinò e salutandomi disse: "La
ammiro per lo sforzo che ha fatto per avvicinarsi il più
possibile ai partecipanti e alle diverse culture che
rappresentavano".
A ripensarci oggi, posso confermare che è così, però
è altrettanta vero che il Trentino per me è sempre
stato "fuori discussione", qualcosa di mio in
senso assoluto, da possedere senza possibilità di
scambio di concessioni, neppure parziali.
Ulisse Marzatico, Presidente della Sezione di Trento
dell'associazione "Italia Nostra", mi ha
chiesto di scrivere qualche pagina sul significato e su
cosa rappresentano il paesaggio e l'ambiente del
Trentino per me: impresa non facile, dovendo stare
attento ad evitare di scivolare nel patetico e
contemporaneamente di essere aderente alla realtà.
Nel tentativo di scrivere alcune righe su tale
argomento, farò ricorso ancora una volta all'Inno al
Trentino, "quelle tre popolari strofette",
scritte di getto da Ernesta Battisti agli inizi del
secolo in onore della nostra terra.
Infatti l'Inno al Trentino è un'altissima
interpretazione non soltanto poetica, ma anche umana,
geografica e storica, di questa terra di montagne e di
valli, ove tutti noi siamo nati e a cui ci legano
ricordi, affetti, realtà e contraddizioni:
Si slancia nel cielo le guglie dentate
discendono dolci le verdi vallate
profumano i paschi, biancheggian gli ulivi
esultan le messi le viti sui clivi.
Questi versi sono un condensato delle principali
caratteristiche del Trentino, con le sue montagne, in
particolare quelle dolomitiche ("le guglie
dentate") e le sue vallate, ricoperte di pascoli e
di coste selvose e trapunte di fiori ("dolce festa
di vaghi color"), come dicono i versi del
ritornello, altrettanto efficace, e che completa - in un
certo senso - la descrizione del paesaggio alpino, con
il riferimento alle "cime nevose".
In questo quadro che costituisce l'ambiente naturale, è
collocata con poche bellissime parole, la presenza
dell'uomo e del suo lavoro: profumano i paschi,
biancheggian gli ulivi, esultan le messi, le viti sui
clivi. Anche in questo caso, Ernesta Battisti è
riuscita a cogliere tutti gli aspetti del paesaggio
rurale del Trentino, dagli ulivi del Garda, alla vite
della Valle dell'Adige e infine alle messi, in verità
oggi non più presenti come forma di coltura agraria in
Trentino, ove però permangono pur sempre i campi delle
patate, del mais o di altre specie.
Certo, non vorrei banalizzare con la mia interpretazione
soltanto "naturalistica", le nobili parole di
Ernesta Battisti, scritte in un momento di particolare
difficoltà politica ma anche di grande speranza per il
futuro; d'altra parte decenni di ricerca naturalistica
in Trentino, non mi permettono di fare di meglio.
Già, si diceva prima, cosa rappresenta il Trentino per
me? Anche una vasta zona di studio della flora e della
vegetazione, delle torbiere e delle foreste, per
giungere all'interpretazione fitogeografica e alla sua
rappresentazione cartografica. E per quale motivo? Per
la conoscenza del territorio dal punto di vista
scientifico, per quanto limitatamente al settore della
biologia vegetale, e per ottenere una maggiore
documentazione ai fini della sua conservazione.
Il problema della conservazione del volto del Trentino
è stato ed è uno dei più difficili dal dopoguerra ad
oggi, anni nei quali sono avvenuti enormi cambiamenti
territoriali, non sempre rispettosi dell'ambiente
naturale e delle preziose risorse che ospita: e pensare
che il Trentino ha dato i natali ad alcuni grandi
personaggi che oggi devono essere giustamente
considerati come gli iniziatori del movimento
protezionistico in tutta l'Italia, non soltanto, ma
anche in Europa: Guido Castelli, Fausto Stefenelli e
Renzo Videsott.
"Custode fedele di sante memorie
che porti nel cuore sconfitte e vittorie
impavido veglia al valico alpino
o gemma dell'Alpe o amato Trentino"
continua l'Inno al Trentino, nelle sue battute
conclusive.
Le sante memorie sono sicuramente quelle della storia,
dei protagonisti della vita economica, politica, sociale
e culturale, che si sono succeduti in oltre un millennio
di storia trentina, dagli anni del Principato ad oggi,
ma solamente dei "grandi" protagonisti, senza
escludere la gente più umile e autentica, senza la
quale il Trentino non esisterebbe ("un popol tenace
produce la terra")...
Le "sconfitte e le vittorie" alle quali allude
Ernesta Battisti appartengono, ancora una volta, alla
storia e le conosciamo tutti benissimo; però la più
grande sconfitta che dovrà subire il Trentino sarà
quella, se avverrà, di vedere il suo volto
completamente trasformato e urbanizzato, fino nei
recessi più reconditi, nelle vallate più nascoste e
ancora selvagge.
E quando ciò sarà avvenuto, la nostra terra non
sarà più la "gemma dell'Alpe", anche se
continuerà a rimanere "l'amato Trentino".
Al
di là delle considerazioni fin qui espresse, molto
altro vorrei dire del Trentino, di quel Trentino
posseduto nel mio intimo, ma che non sono capace nè
voglio qui esternare, fatto di una moltitudine di
sensazioni che si accavallano e si rincorrono e che
costituiscono una componente importante della mia vita:
un Trentino vissuto in gran parte da lontano, che
fortunatamente per me in molti periodi dell'anno diventa
però concreto e palpitante in tutti i suoi aspetti.
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