IL PAESAGGIO TRENTINO

di FRANCO PEDROTTI

Relazione svolta al convegno di Italia Nostra del febbraio 1992

Nell'estate del 1981 compii un lungo viaggio in Australia, per la partecipazione al Congresso Internazionale di Botanica a Sidney.
Bruno Fronza, presidente dell'Associazione "Trentini nel mondo", mi aveva fornito gli indirizzi di alcune famiglie trentine sparse in varie città di quell'immenso e selvaggio continente. Così a Perth, all'aeroporto fui atteso da Max Mantovani di Pomarolo e quindi proseguii con una lunga escursione botanica guidata dal Professor John Beard, fondatore dell'Orto Botanico di Perth, il King's Park, che ci condusse attraverso le foreste di eucalipti e le boscaglie di banksia fino ai deserti dell'interno trapunti dalle verdi casuarine.
Dopo la salita all'Ayers Rock, un grandioso monolito di colore rosso mattone e via via la visita ad Alice Springs, Adelaide e Sidney, giunsi a Townsville nel Queensland.
Dopo quasi un mese di peregrinazioni, a Townsville si concludevano gli impegni "botanici" e pertanto, assieme a mia moglie, decidemmo di concederci una vacanza turistica. Fu così che trascorremmo una piacevole serata, parlando sempre nel dialetto trentino più ricercato, a Townsville, con vari trentini, fra cui i Gabrielli di Vermiglio e i Benedetti di Mori, tutti ormai naturalizzati in Australia, ma sempre legati alla loro terra di origine, in tutto 15-20 persone.
Il tempo trascorse veloce fra ricordi, discussioni e racconti e ben presto giunse il momento del commiato. Scendendo lungo la grande scala che dal piano superiore conduceva verso l'uscita, mi precedeva di pochi passi Gabrielli, poi prematuramente scomparso, il quale fra il vociare dei presenti inaspettatamente intonò con la sua voce baritonale i versi dell'"Inno al Trentino", subito seguito da me e dagli altri: lo cantammo dalla prima all'ultima strofa e poi - sempre sui gradini della scala - la "Paganella", "La ven zo da le montagne" e altre canzoni amate che facevano vigorosamente parte di tutti noi. Dal punto di vista umano, è stato uno degli episodi più belli di tutto il viaggio e tutt'ora ne serbo un bellissimo ricordo.
Avendo lasciato anch'io il Trentino da molti anni, come loro, prima per gli studi a Padova e quindi per l'insegnamento universitario a Padova, Milano, Catania, Ferrara e Camerino, durante quel fugace momento è stato un po' come rivivere il Trentino condividendo la sorte di coloro che sono lontani dalla terra natia.
Quando facevo queste considerazioni a Sidney assieme alla poetessa Enoe Di Stefano di Rovereto e naturalizzata in Australia da anni, essa mi rispose: "Ma se lei vuole, da Camerino in poche ore di macchina ritorna a Trento; per noi sono 25 ore di aereo...!". E così in lei e in altri trentini incontrati anche in America del Sud e in molti altri posti, si è venuto a creare un contrasto interno fra il richiamo della terra natia e il desiderio della nuova casa nella terra lontana: un contrasto bene espresso nei versi di Enoe Di Stefano, quando rievoca il tormento inutile della nostalgia nel componimento "Non resta che subire":

Se vo' in Italia non risolvo niente,
non mi ci trovo,
e non godo il prolungare
del soggiorno.
Perduto il primo nido son mutata,
straniera imbastardita
o idealista imbalsamata.
Vorrei poter tornare in un istante
com'ero prima, prima di partire.

Però conclude così un'altra poesia dedicata alla sua città natale:

Se una radice ha l'esser mio
è lì tra l'Adige ed i colli
sul pendio.

Personalmente, sono quasi sempre riuscito ad integrarmi e ad amare le varie località ove ho trascorso periodi più o meno lunghi per studi e ricerche; è stato così a Montpellier nella Linguadoca, a Bialowieza in Polonia, ove fui negli anni oscuri e tetri della dittatura, a Cochabamba in Bolivia, ove trascorsi alcune settimane anche nella Parrocchia di S. Carlo, retta dai Padri Francescani di Trento, a Camerino, con le sue dolci e verdi colline, a Pichtowka nella taiga siberiana e così via.
Tempo fa, un giovane studioso di Roma, al termine di un congresso internazionale che avevo organizzato a Camerino, mi si avvicinò e salutandomi disse: "La ammiro per lo sforzo che ha fatto per avvicinarsi il più possibile ai partecipanti e alle diverse culture che rappresentavano".
A ripensarci oggi, posso confermare che è così, però è altrettanta vero che il Trentino per me è sempre stato "fuori discussione", qualcosa di mio in senso assoluto, da possedere senza possibilità di scambio di concessioni, neppure parziali.
Ulisse Marzatico, Presidente della Sezione di Trento dell'associazione "Italia Nostra", mi ha chiesto di scrivere qualche pagina sul significato e su cosa rappresentano il paesaggio e l'ambiente del Trentino per me: impresa non facile, dovendo stare attento ad evitare di scivolare nel patetico e contemporaneamente di essere aderente alla realtà.
Nel tentativo di scrivere alcune righe su tale argomento, farò ricorso ancora una volta all'Inno al Trentino, "quelle tre popolari strofette", scritte di getto da Ernesta Battisti agli inizi del secolo in onore della nostra terra.

Infatti l'Inno al Trentino è un'altissima interpretazione non soltanto poetica, ma anche umana, geografica e storica, di questa terra di montagne e di valli, ove tutti noi siamo nati e a cui ci legano ricordi, affetti, realtà e contraddizioni:

Si slancia nel cielo le guglie dentate
discendono dolci le verdi vallate
profumano i paschi, biancheggian gli ulivi
esultan le messi le viti sui clivi.

Questi versi sono un condensato delle principali caratteristiche del Trentino, con le sue montagne, in particolare quelle dolomitiche ("le guglie dentate") e le sue vallate, ricoperte di pascoli e di coste selvose e trapunte di fiori ("dolce festa di vaghi color"), come dicono i versi del ritornello, altrettanto efficace, e che completa - in un certo senso - la descrizione del paesaggio alpino, con il riferimento alle "cime nevose".
In questo quadro che costituisce l'ambiente naturale, è collocata con poche bellissime parole, la presenza dell'uomo e del suo lavoro: profumano i paschi, biancheggian gli ulivi, esultan le messi, le viti sui clivi. Anche in questo caso, Ernesta Battisti è riuscita a cogliere tutti gli aspetti del paesaggio rurale del Trentino, dagli ulivi del Garda, alla vite della Valle dell'Adige e infine alle messi, in verità oggi non più presenti come forma di coltura agraria in Trentino, ove però permangono pur sempre i campi delle patate, del mais o di altre specie.
Certo, non vorrei banalizzare con la mia interpretazione soltanto "naturalistica", le nobili parole di Ernesta Battisti, scritte in un momento di particolare difficoltà politica ma anche di grande speranza per il futuro; d'altra parte decenni di ricerca naturalistica in Trentino, non mi permettono di fare di meglio.
Già, si diceva prima, cosa rappresenta il Trentino per me? Anche una vasta zona di studio della flora e della vegetazione, delle torbiere e delle foreste, per giungere all'interpretazione fitogeografica e alla sua rappresentazione cartografica. E per quale motivo? Per la conoscenza del territorio dal punto di vista scientifico, per quanto limitatamente al settore della biologia vegetale, e per ottenere una maggiore documentazione ai fini della sua conservazione.
Il problema della conservazione del volto del Trentino è stato ed è uno dei più difficili dal dopoguerra ad oggi, anni nei quali sono avvenuti enormi cambiamenti territoriali, non sempre rispettosi dell'ambiente naturale e delle preziose risorse che ospita: e pensare che il Trentino ha dato i natali ad alcuni grandi personaggi che oggi devono essere giustamente considerati come gli iniziatori del movimento protezionistico in tutta l'Italia, non soltanto, ma anche in Europa: Guido Castelli, Fausto Stefenelli e Renzo Videsott.

"Custode fedele di sante memorie
che porti nel cuore sconfitte e vittorie
impavido veglia al valico alpino
o gemma dell'Alpe o amato Trentino"

continua l'Inno al Trentino, nelle sue battute conclusive.
Le sante memorie sono sicuramente quelle della storia, dei protagonisti della vita economica, politica, sociale e culturale, che si sono succeduti in oltre un millennio di storia trentina, dagli anni del Principato ad oggi, ma solamente dei "grandi" protagonisti, senza escludere la gente più umile e autentica, senza la quale il Trentino non esisterebbe ("un popol tenace produce la terra")...
Le "sconfitte e le vittorie" alle quali allude Ernesta Battisti appartengono, ancora una volta, alla storia e le conosciamo tutti benissimo; però la più grande sconfitta che dovrà subire il Trentino sarà quella, se avverrà, di vedere il suo volto completamente trasformato e urbanizzato, fino nei recessi più reconditi, nelle vallate più nascoste e ancora selvagge.
E quando ciò sarà avvenuto, la nostra terra non sarà più la "gemma dell'Alpe", anche se continuerà a rimanere "l'amato Trentino".
Al di là delle considerazioni fin qui espresse, molto altro vorrei dire del Trentino, di quel Trentino posseduto nel mio intimo, ma che non sono capace nè voglio qui esternare, fatto di una moltitudine di sensazioni che si accavallano e si rincorrono e che costituiscono una componente importante della mia vita: un Trentino vissuto in gran parte da lontano, che fortunatamente per me in molti periodi dell'anno diventa però concreto e palpitante in tutti i suoi aspetti.

.
:.

societaperta.it 2001